mercoledì, aprile 30, 2025

Il grande sogno di Gaudì: glorificare Dio, di Maria Antonietta Crippa


Il grande sogno di Gaudì: glorificare Dio

di Maria Antonietta Crippa




Ieri mattina, 14 aprile 2025, Papa Francesco ha ricevuto in udienza il cardinale Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi, per la promulgazione di decreti riguardanti nuovi santi e beati. Tra altri ha autorizzato il decreto che riconosce venerabile, per virtù eroiche, Antoni Gaudì i Cornet (1852-1926), il grande catalano autore di molti progetti d’architettura, il più noto dei quali è la basilica della Sagrada Familia in Barcellona, tuttora in costruzione in uno stadio molto avanzato. È festa per coloro che hanno riconosciuto la sua umanità e i suoi eccezionali talenti: è festa per chi coordina, dirige e gestisce il multiforme cantiere, uno dei più straordinari, complessi e moderni, d’Europa; è festa per chi vi lavora guidando le altissime gru nel trasporto di pietre già modellate, o rifinendole con inserti di colorati mosaici, sia stando a terra che negli innumerevoli spiazzi che i ponteggi formano a diverse altezze.

È un momento di gioia per tutti, perché la Chiesa ha riconosciuto che un uomo ha vissuto eroicamente i propri rapporti umani e le proprie giornate di lavoro, ha trafficato eroicamente i propri talenti, ne ha fatto strumenti di una speranza di compimento delle capacità umane secondo il progetto di Dio. Sono molte le sue opere, sia civili che religiose. Alcuni studiosi ritengono suo capolavoro il Parco Güell, altri le sue Case, come Batllò e Milà o Pedrera, altri il Palazzo Güell, altri ancora la cripta della chiesa rimasta incompiuta nella Colonia di Santa Coloma de Cervellò, non lontano da Barcellona. Sono moltissime e tutte diverse le sue realizzazioni riconosciute e di grande pregio, spesso inserite nel movimento del modernismo, variante iberica dell’art nouveau europea. Ma lo storico Juan Bassegoda ha raccolto tracce innumerevoli di molte altre opere di disperse, come altari di chiese, arredi e e cori liturgici e piccole fabbriche sparse in giardini e parchi.

La grande incompresa, almeno per ora sul versante di gran parte della critica contemporanea, resta paradossalmente la Sagrada Familia, alla quale egli si è dedicato senza riserve per lunghi anni concentrandovi il meglio della propria consapevolezza liturgica e teologica, delle proprie invenzioni costruttive, del proprio senso del vivere entro e a favore della storia di un popolo, quello catalano segnato da dolorose tensioni sociali e ricco di umanità vibrante delle bellezze semplici della natura, del mare, delle montagne di Montserrat, della sua terra d’origine: il Camp di Tarragona e la città di Reus.




Ma è proprio in questa “cattedrale”, nelle evoluzioni del suo progetto, nella ideazione e realizzazione dei suoi cicli scultorei, nel raccoglimento che gli si impose come necessario per poter realizzarne una parte sufficiente a far comprende le logiche figurative, simboliche e costruttive messe a punto - in disegni e modelli - per chi ne avrebbe completata la costruzione, che è possibile cogliere la maturazione della sua religiosità e riscontrare il crescere in lui delle virtù teologali: fede, speranza e carità. Impossibile qui dettagliarle, ma ci restano volumi, anche in italiano, che raccontano lo scorrere di una vita lineare e semplice, ricca soprattutto di intensa e sofferta interiorità, che ce li fanno cogliere.

Aveva accettato nel 1883 di dirigerne il cantiere ritenendo di perseguire la più grande e la più gloriosa delle imprese, con l’orgoglio tipico di un architetto - colto e raffinato - che si concepiva “creatore”. Nell’umiltà più radicale, trent’anni dopo, arrivò a chiedere la carità per la sua prosecuzione; negli ultimi anni si immerse totalmente nella contemplazione di una Gerusalemme celeste che egli già vedeva, alla quale avrebbe potuto conformarsi la sua chiesa, posizionata nel terreno allora periferico dell’ampliamento urbano dell’architetto Cerdà, se qualcuno avesse assunto l’impresa temeraria di continuare un cantiere che non aveva paragoni. Gaudì era certo che sarebbe accaduto.

Molti amici, ecclesiastici e non, importanti e umili, gli restarono vicini, molti giovani studenti d’architettura lo frequentarono affascinati dalla sua capacità di immaginare. Amava partecipare assiduamente alle celebrazioni liturgiche, stare con tutti in processione, spiegare il proprio progetto. Mi disse una volta un sacerdote catalano di nome Ballarin, Gaudì era un piccolo uomo con un grande, gigantesco sogno: dare gloria a Dio non da solo, ma con tutto il suo popolo.




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lunedì, aprile 28, 2025

San Francesco patrono dell'ecologia, di fra Antonio


San Francesco patrono dell'ecologia

di fra Antonio
(frati minori cappuccini Toscana)




Con la bolla Inter sanctos del 29 novembre 1979 (stesso giorno e mese in cui Papa Onorio III nel 1223 la Regola bollata dei frati monori), Papa Giovanni Paolo II proclamava san Francesco d’Assisi patrono dell’ecologia, o meglio dei “cultori dell’ecologia”.

Il tema della difesa del creato ha all’interno della Chiesa radici lontane. In Genesi troviamo l’uomo, in stretta relazione col suo Creatore, posto nello splendido giardino che Dio aveva creato “perché lo coltivasse e lo custodisse” (Gn 2,15). Questi due verbi, presi dall’ambiente agreste, non solo prevedono per l’uomo un prendersi cura per il mantenimento della creazione (custodire), ma anche che si prodighi affinché progredisca, cresca, arrivi a una maturazione, a un compimento e porti frutti (coltivare).

San Francesco nella Creazione vedeva l’immagine riflessa del Creatore. Come in uno specchio contemplava in ogni essere l’anelito di amore e bellezza che l’aveva originato. Tutto ciò che esisteva lo portava a lodare il Dio Onnipotente, quale Padre amorevole che si prende cura dei suoi figli. Tale disposizione d’animo si ravvisa chiaramente nell’episodio della predica agli uccelli, dove il santo esorta i volatili a lodare Dio con queste parole:

“Fratelli miei uccelli, dovete lodare molto il vostro Creatore e amarlo sempre, perché vi diede piume per vestirvi, ali per volare e tutto quanto vi è necessario. Dio vi fece nobili tra le altre creature e vi concesse di spaziare nell’aria limpida: voi non seminate e non mietete, eppure egli vi soccorre e guida, dispensandovi da ogni preoccupazione.” (Tommaso da Celano, Vita prima, n. 58, in Fonti Francescane [= FF] 424).

L’episodio della predica agli uccelli “non ha una motivazione apologetica (come la predica ai pesci di sant’Antonio), ma è soltanto la prova estrema dello spirito di fratellanza che lega Francesco a tutte le creature, al punto che ritiene suo dovere parlare anche agli uccelli, come agli uomini, dell’amore di Dio.” (FF, p. 686, nota 88, a cura di F. Olgiati e D. Solvi).

Questo ‘spirito di fratellanza’ è ancor più evidente nel Cantico delle Creature (cf FF 263), citato nella bolla di Giovanni Paolo II e che ha ispirato il titolo dell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco. Nel Cantico il santo leva la sua lode al Dio Altissimo con, in, per e attraverso tutte le Sue creature (il «cum tutte le Tue creature» del quinto rigo del Cantico può avere tutte queste significanze). È talmente forte tale ‘spirito’ che nella parte finale Francesco arriverà a chiamare sorella addirittura la morte.

Ogni realtà creata accende nell’animo del santo il desiderio di innalzare la lode al Creatore e di invitare gli ascoltatori a fare altrettanto: «Laudate e benedicete mi’ Signore e rengraziate e serviteli cum frande humilitate». La peculiarità di san Francesco non sta nell’esaltare in se stessa la natura, proclamandone le virtù e utilità, ma nel rimando costante al suo creatore nel quale ogni cosa trova la sua ragione esistenziale, la sua motivazione, il suo compito, il suo posto. Tutto è utile e buono, sempre e solo in riferimento a Colui che ha fatto tutto ciò che esiste.

Su uno sperone di roccia, poco sopra il nostro Eremo di Montecasale, c’è una statua in bronzo intitolata a “S. Francesco Patrono dell’Ecologia”, recante sopra tale titolo anche la frase del Cantico “Laudato sii mi Signore”. La statua è opera dello scultore fiorentino Antonio Berti, inaugurata il 31 agosto 1980 (nove mesi dopo la bolla Inter sanctos). Pensiamo che possa essere la prima in assoluto del santo d’Assisi con tale titolo. Il colpo d’occhio che si offre al visitatore dal luogo della statua è molto suggestivo: la val tiberina sottostante si apre spaziosa alla visuale, mentre lo sguardo e la postura del monumento sono rivolti al cielo, in piena armonia con lo spirito del Cantico di san Francesco. Dopo ottocento anni, il santo patrono d’Italia e dell’ecologia ancora suscita ammiratori e simpatizzanti, e in luoghi di pace come Montecasale, chiama ognuno a innalzare lo spirito per incontrare quel “mi’ Signore” che tutto rinnova e rigenera nell’amore a nuova vita.



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venerdì, aprile 25, 2025

Governo del territorio: pianificare per il bene comune, di Martino Mazzoleni


Governo del territorio e Dottrina sociale della Chiesa: pianificare per il bene comune

di Martino Mazzoleni




Governare il territorio attraverso la pianificazione dello spazio fisico è compito fondamentale delle autorità politiche per garantire un ambiente sano, i servizi fondamentali per la collettività, una coesistenza pacifica, la qualità della vita delle persone. La dottrina sociale della Chiesa richiama ripetutamente le istituzioni ad orientare lo sviluppo economico e a ricercare armonia, coesione e giustizia con scelte libere da interessi particolari e finalizzate allo sviluppo integrale della persona.


Pianificazione e governo del territorio

Nel corso della storia, la teoria del planning ha visto alternarsi diversi paradigmi dominanti, a partire dal modello razionalista, che predicava un processo decisionale efficientista e tecnocratico (Faludi, 1973), fino alla frammentazione del panorama teorico dell’urbanistica post-moderna. Oggi l’approccio prevalente alle decisioni di pianificazione si fonda su una governance aperta agli stakeholder e alla partecipazione del pubblico (Couch, 2016, 296). Ciò ha implicato il graduale abbandono di un’urbanistica intesa come attività direttiva, appannaggio dell’autorità pubblica, a favore di una programmazione strategica capace di delineare scenari di lungo periodo per i territori, catalizzando idee e progettualità dagli attori pubblici, privati e sociali. Approccio divenuto noto come “governo del territorio”.
Sul piano sostantivo, nel tempo la pianificazione – a seconda dei modelli teorici e delle letture più o meno ideologizzate del concetto di sviluppo – ha sostenuto obiettivi quali l’espansione residenziale, lo stimolo alla competitività dei territori, la deregulation, fino ad abbracciare, nei decenni recenti, l’imperativo della sostenibilità declinata in termini di contrasto all’espansione urbana e progettazione di spazi vivibili e green (ivi, 53).

Gli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa

Il buongoverno degli spazi di vita è indissolubile dallo sviluppo della persona umana, «che di natura sua ha assolutamente bisogno d’una vita sociale» (Gaudium et spes, 1965, 25) e, pertanto, vive in contesti collettivi, con le loro contraddizioni e conflitti. La pianificazione ha proprio la funzione di mediare i conflitti, inerenti all’uso del territorio, tra aspirazioni individuali ed esigenze collettive, tra crescita economica e tutela dell’ambiente (Couch, 2016, 297).
Paolo VI ha lamentato «i tristi ammassamenti delle periferie» (Octogesima adveniens, 1971, 8) e Francesco «la smisurata e disordinata crescita di molte città che sono diventate invivibili» a causa dell’inquinamento ambientale, «visivo e acustico», «il caos urbano» e «i problemi di trasporto […]. Molte città sono grandi strutture inefficienti che consumano in eccesso acqua ed energia. Ci sono quartieri […] congestionati e disordinati, senza spazi verdi sufficienti. Non si addice ad abitanti di questo pianeta vivere sempre più sommersi da cemento, asfalto […] privati del contatto fisico con la natura» (Laudato si’, 2015, 44).
Se lo sviluppo non deve mirare primariamente al benessere socio-economico (Gaudium et spes, 64; Sollicitudo rei socialis, 1987, 46), bensì al «raggiungimento dei fini ultimi della persona» e «il bene comune universale dell’intera creazione» (Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 2004, 170), allora il governo dello spazio fisico può fornire un importante contributo. Esso deve rispettare quelle «esigenze del bene comune» quali «la salvaguardia dell’ambiente» e «la prestazione di quei servizi essenziali delle persone, alcuni dei quali sono al tempo stesso diritti dell’uomo: […] abitazione, lavoro, educazione e accesso alla cultura, trasporti, salute» (ivi, 166).

Quali obiettivi perseguire?

Partendo da questi principi, sul piano operativo le scelte di pianificazione degli spazi fisici possono ispirarsi ad indicazioni della dottrina sociale quali:

• aree per l’edilizia residenziale pubblica o cooperativa, per fornire «un’abitazione decente e a prezzo accessibile» (Octogesima adveniens, 11) a chi non possa entrare nel libero mercato della casa;

• mantenere aree industriali per contribuire a scongiurare lo spostamento delle attività lavorative, con i conseguenti «problemi sociali» connessi alla «disoccupazione» e «mobilità delle persone» (ivi, 9);

• spazi verdi e aree naturali, che non possono essere appannaggio di pochi privilegiati (Laudato si’, 45);

• spazi pubblici per «ricostruire, a misura della strada, del quartiere, o del grande agglomerato, il tessuto sociale in cui l’uomo possa soddisfare le esigenze della sua personalità» (Octogesima adveniens, 11). In particolare, «centri di interesse e di cultura […] circoli ricreativi, luoghi di riunione […] in cui ciascuno, sottraendosi all’isolamento, ricreerà dei rapporti fraterni” (ivi), nonché luoghi per il tempo libero «per distendere lo spirito, per fortificare la salute dell’anima e del corpo» mediante lo svago e lo sport, «che giovano a mantenere l’equilibrio dello spirito, ed offrono un aiuto per stabilire fraterne relazioni fra gli uomini di tutte le condizioni» (Gaudium et spes, 61).

La Laudato si’ raccomanda anche obiettivi qualitativi: la coesione delle aree urbane e la salvaguardia del carattere dei luoghi con i propri riferimenti culturali e paesaggistici, che «accrescono il nostro senso di appartenenza, la nostra sensazione di radicamento, il nostro “sentirci a casa”» (151). La qualità della vita dipende anche da questi fattori e può essere compromessa dalla «riduzione dell’ampiezza visuale» e la «perdita di valori culturali» (184) che scelte pianificatorie poco accorte possono produrre. È inoltre «importante che le diverse parti di una città siano ben integrate e che gli abitanti possano avere una visione d’insieme invece di rinchiudersi in un quartiere» e riescano a «vivere la città intera come uno spazio proprio condiviso con gli altri» i quali, in tal modo, «cessano di essere estranei e li si può percepire come parte di un “noi” che costruiamo insieme» (151).

Il ruolo dei poteri pubblici

Per raggiungere tali obiettivi, la pianificazione è il metodo giusto? Nella teoria come nelle prassi, è un dilemma antico quello tra l’assicurare «il libero esercizio dell’attività economica» (Compendio, 351), compresa quella in campo urbanistico ed edilizio, e il promuovere l’intervento pubblico per mitigare i fallimenti del mercato e «garantire una distribuzione equa di alcuni beni e servizi essenziali alla crescita umana dei cittadini» (ivi, 353). La Chiesa chiama i governanti a «scegliere, o anche […] imporre gli obiettivi da perseguire, i traguardi da raggiungere, i mezzi onde pervenirvi; tocca ad essi stimolare tutte le forze organizzate in questa azione comune” (Populorum progressio, 1967, 33). Spetta alle autorità politiche definire e orientare «la direzione dello sviluppo economico» (Compendio, 353), «pianificare, coordinare, vigilare e sanzionare», ma altresì «incoraggiare le buone pratiche, per stimolare la creatività che cerca nuove strade, per facilitare iniziative personali e collettive” (Laudato si’, 177).
Lo Stato deve garantire «coesione, unitarietà e organizzazione alla società civile di cui è espressione, in modo che il bene comune possa essere conseguito con il contributo di tutti i cittadini», armonizzando «con giustizia i diversi interessi settoriali» (Compendio, 168 e 169). Pertanto, poiché «spetta all’autorità farsi arbitra, in nome del bene comune, fra i diversi interessi particolari» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1997, 1908), «il potere politico deve sapersi disimpegnare» da essi «per considerare attentamente la propria responsabilità nei riguardi del bene di tutti» (Octogesima adveniens, 46). Nel governo del territorio, ciò significa scegliere senza essere guidati – pur senza ignorarle – dalle aspettative di vantaggi privati, come quelli generati da cambi di destinazione urbanistica dei suoli e dalla concessione di potenzialità edificatorie significative.
Al contempo, le istituzioni «devono aver cura di associare» alla regolazione dei rapporti economici «le iniziative private e i corpi intermedi, evitando in tal modo il pericolo d’una collettivizzazione integrale o d’una pianificazione arbitraria che, negatrici di libertà […] escluderebbero l’esercizio dei diritti fondamentali della persona umana” (Populorum progressio, 33).
Quanto agli strumenti da utilizzare, il Magistero fornisce indicazioni, che di seguito si espongono, circa tre dimensioni essenziali dei processi di policy, coerenti con alcuni dei fondamenti della teoria e pratica urbanistica contemporanea.

La regolazione degli usi del suolo

Oggetto precipuo della pianificazione, essa incide direttamente sul diritto alla proprietà privata. La funzione sociale della proprietà è stata al centro di molte riflessioni della filosofia e della dottrina giuridica ed è presente nel diritto costituzionale di molti paesi (Davy, 2020). La Chiesa afferma che la proprietà possiede intrinsecamente «una funzione sociale, fondata e giustificata […] sul principio della destinazione universale dei beni» (Sollicitudo rei socialis, 42), che è il «primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale» (Laborem exercens, 1981, 19). Giacché tra i beni sono compresi quelli «della natura» (ibidem), vi si possono includere i suoli. Il governo dei suoli è centrale per la questione dell’equità dell’accesso alla terra e della lotta alla povertà alimentare (cfr. voce Accesso alla terra), specialmente in un periodo in cui terreni, edifici, interi quartieri sono divenuti asset dei mercati finanziari, mantenuti vuoti in funzione di investimenti speculativi e risparmio anziché per offrire una casa a chi ne ha bisogno (Davy, 2020). La dottrina contempla strumenti di regolazione della proprietà tradizionalmente usati dalla pianificazione: i «vincoli» sull’uso dei beni «da parte dei legittimi proprietari» quali la definizione delle funzioni urbanistiche ammissibili e i limiti all’edificabilità, e gli incentivi per «non tenere inoperosi i beni posseduti» e «destinarli all’attività produttiva» (Compendio, 178).

Analisi, conoscenza e decisione

Uno dei cardini delle scienze del planning è l’approccio interdisciplinare alla progettazione urbana (Faludi, 1973). Oggi i vari saperi sono chiamati a collaborare in un’ottica di disegno del territorio e dei rapporti che vi insistono, e non più di un intervento top-down finalizzato al semplice azzonamento urbanistico. Pertanto, è essenziale «che le decisioni siano basate su un confronto tra rischi e benefici ipotizzabili per ogni possibile scelta alternativa» (Compendio, 469), specialmente quando è in gioco «un mutamento significativo nel paesaggio, nell’habitat di specie protette o in uno spazio pubblico» (Laudato si’, 184). Occorre «l’analisi dei contesti umani, familiari, lavorativi, urbani» (ivi, 141) e dei «comportamenti delle persone. Non basta la ricerca della bellezza» nel progettare manufatti e territori, «perché ha ancora più valore servire […] la qualità della vita delle persone, la loro armonia con l’ambiente, l’incontro e l’aiuto reciproco» (ivi, 150).

La partecipazione pubblica al processo di pianificazione

Distaccatasi dalle logiche tecnocratico-razionalistiche del passato, la teoria contemporanea raccomanda politiche partecipate e riflessive (Couch, 2016, 53-4), «pensate e dibattute da tutte le parti interessate» (Laudato si’, 183). Esse sono entrate nelle pratiche urbanistiche in molti contesti, offrendo esempi virtuosi (Venti et al., 2016) che hanno consentito di riallacciare rapporti di fiducia tra decisori e cittadini e progettare insieme lo sviluppo del territorio.
Per il Magistero è essenziale la partecipazione dei cittadini, singoli o associati, all’elaborazione delle scelte. Si tratta di «un dovere da esercitare consapevolmente da parte di tutti […] in vista del bene comune«, favorendo «la partecipazione soprattutto dei più svantaggiati» per «evitare che si instaurino privilegi occulti» a favore di pochi (Compendio, 189). È dunque «importante che il punto di vista degli abitanti del luogo contribuisca sempre all’analisi della pianificazione urbanistica» (Laudato si’, 150), informando tutti «sui diversi aspetti e sui vari rischi e possibilità», ed è «sempre necessario acquisire consenso tra i vari attori sociali, che possono apportare diverse prospettive, soluzioni e alternative», nonché consentire «azioni di controllo o monitoraggio» (ivi, 183).

Conclusioni. La funzione imprescindibile della politica

La Chiesa insegna che, «in conformità alla natura sociale dell’uomo, il bene di ciascuno è necessariamente in rapporto con il bene comune» (Catechismo, 1905). Questo «non consiste nella semplice somma dei beni particolari di ciascun soggetto«, ma è «di tutti e di ciascuno […] perché indivisibile» (Compendio, 164). Strettamente connessa con le «esigenze del bene comune» è la promozione integrale della persona (ivi, 166), che è inscindibile dal governo dei luoghi della sua vita.
La politica non può abdicare al suo ruolo di guida, stimolo, sussidio dell’iniziativa individuale per progettare città e territori resilienti di fronte alle sfide del cambiamento climatico, delle crisi sanitarie, dei cambiamenti demografici e della globalizzazione. Sebbene per un decisore politico sia arduo e sovente poco gratificante, in termini di consenso popolare, cercare di contemperare le aspettative dei singoli con il bene della collettività, la politica deve servire il bene comune «non secondo visioni riduttive subordinate ai vantaggi di parte che se ne possono ricavare» (ivi, 167).
I risultati della pianificazione si realizzano in tempi lunghi, che collidono con la logica dell’immediatezza della politica, dettata dai tempi brevi dei cicli elettorali nei quali i decisori desiderano legittimamente mostrare ai cittadini il frutto del proprio impegno. Qui si gioca la responsabilità del politico nell’esercitare la sua libertà di decisore pubblico. «La grandezza politica si mostra quando […] si opera sulla base di grandi princìpi e pensando al bene comune a lungo termine» (Laudato si’, 178). Studiosi, urbanisti e decisori pubblici non possono, da soli, «determinare priorità macro-politiche» o cambiare i modelli economici dominanti (Couch, 2016, 298). Tutti, però, possono trarre proficue indicazioni da un Magistero che annuncia per quale fine governare il territorio, cioè il bene comune e lo sviluppo integrale dell’uomo, ne suggerisce i modi – illustrati sommariamente in questa voce – e chiama i cristiani a «prendere sul serio la politica nei suoi diversi livelli», dal locale al mondiale, «per cercare di realizzare insieme il bene della città» (Octogesima adveniens, 46).




Bibliografia:
• Couch C. (2016), Urban Planning. An Introduction, Palgrave Macmillan.
• Davy B. (2020), ‘Dehumanized housing’ and the ideology of property as a social function, «Planning Theory», 19(1), 38-58.
• Faludi A. (1973), Planning Theory, Pergamon Press.
• Venti D., Angelini R., Agostini A. (2016) (a cura di), Percorsi partecipativi nella progettazione e nella pianificazione. Metodi, esperienze, strumenti, INU Edizioni.

Autore: Martino Mazzoleni, Università Cattolica del Sacro Cuore (martino.mazzoleni@unicatt.it)

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lunedì, aprile 21, 2025

Abitare la Città, di Monica Canalis


ABITARE LA CITTA'
come costruire la casa per vivere insieme

di Monica Canalis


Antico panorama della città di Napoli


Nella Lettera a Diogneto del secondo secolo dopo Cristo si ritrova uno splendido ritratto dei cristiani: «I cristiani abitano ciascuno la propria patria, ma come stranieri residenti; a tutto partecipano attivamente come cittadini, e a tutto assistono passivamente come stranieri; ogni terra straniera è per loro patria, e ogni patria terra straniera. I cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo».

Da questo passo, così essenziale, emerge che il cristiano è quindi chiamato a non essere del mondo, ma al tempo stesso a non estraniarsi dal mondo. Il cristiano deve sentire come un dovere l’esercizio della propria cittadinanza e, in alcuni casi, l’accettazione della vocazione politica. Il cristiano che fa politica si sentirà spesso “pecora in mezzo ai lupi”, avrà spesso voglia di scappare, ma potrà, attraverso il servizio politico, incontrare i poveri e attraverso i poveri incontrare Dio.

Mario Delpini, arcivescovo di Milano, nell’ottobre 2017 ha pronunciato un discorso sulla sinodalità che racchiudeva questo passaggio: «La vita cristiana non è un percorso solitario» o un’«iniziativa personale», ma «il convergere nella città. L’edificazione della città è l’opera di Dio che convoca tutti e accoglie ciascuno perché sia profezia della città santa».

Costruire la città non esula quindi dai compiti del cristiano. Anzi. È vera e propria estrinsecazione della fede cristiana. 

La confusione che ci circonda, la difficoltà a far convivere culture diverse, l’ossessione per il politicamente corretto che oscura la verità delle cose, spesso spingono i cristiani a considerare la città come un mero contenitore esterno, la cornice urbanistica per le nostre parrocchie, le nostre associazioni, congregazioni o fraternità, una cornice spesso estranea, se non aliena o nemica della nostra casa. Ma questo è un grande equivoco. L’intera città è la nostra casa. Non solo la nostra parrocchia o la nostra associazione. E questo vale anche se ci sentiamo minoranza e spesso siamo mal tollerati per le nostre idee sulla famiglia, sul rispetto per la vita in ogni sua fase, sulla libertà educativa, sull’attenzione ai poveri, siano essi mendicanti, rifugiati, drogati, disabili o matti. La città è la casa dei cristiani e i cristiani devono interessarsene e sentirsene responsabili. 

Non con la logica della nicchia, ma con quella dello lievito.

La logica della nicchia è quella che spinge alla tensione difensiva di un fortino, alla chiusura in un rassicurante, ma sterile, recinto identitario. È la tentazione di stare tra di noi, costruendo una sorta di ghetto un po’ separato dal resto della città. Questa però non è una comunità. È un ghetto, appunto. Non bisogna costruire ghetti, ma abitare la città intera, essere minoranza in mezzo realtà che talvolta appaiono senza Dio, ma che bisogna guardare con sguardo di fede per vedere il passaggio di Dio, anche nelle persone apparentemente più lontane.

La logica del lievito, invece, è quella di una comunità poco numerosa come è oggi la comunità cristiana che abita le nostre città, una comunità che pur essendo piccola e poco numerosa riesce ad influenzare la maggioranza grazie alla qualità delle proprie idee e del proprio impegno. Sono i piccoli – di biblica memoria – che fanno cose grandi, se conservano la propria autenticità e non temono il confronto con chi è diverso e talvolta ostile al cristianesimo. Vivere la logica del lievito ha due condizioni: la preparazione e il coraggio. Solo cristiani preparati, saldi nella fede, ben formati, possono mescolarsi al resto della città con un sano spirito di fraternità senza perdere il proprio gusto e la propria specificità. Essere presenza minoritaria ma feconda, intransigente ma dialogante. Solo cristiani coraggiosi non hanno paura di esplorare una società che sfida il cristianesimo, col rifiuto dello straniero, l’ostentazione dell’appiattimento dei generi, l’attacco frontale alla famiglia, la strumentalizzazione dei simboli religiosi.

Per avere cristiani preparati e non paurosi servono comunità cristiane serie e ben guidate. Altrimenti il cristiano vaga in solitudine e rischia di perdersi. Prima di tutto dobbiamo rafforzare le nostre comunità cristiane.

Se la città è la casa dei cristiani, qual è l’apporto speciale che il cristiano può dare per costruire questa casa? Provo a spiegarlo facendomi aiutare da due grandi cristiani del passato: Giorgio La Pira e Paolo Borsellino.

La Pira diceva che «Una città non può essere amministrata e basta. Non è niente amministrare una città. Bisogna darle un compito. Altrimenti muore». E ancora: «La città è il domicilio organico della persona umana. In ogni città, degna di questo nome, ciascuno deve avere una casa per amare, una scuola per imparare, un’officina per lavorare, un ospedale per guarire, una chiesa per pregare e poi tanti giardini perché i bambini possano giocare ed i vecchi riposare in santa pace». E ancora: «La conquista individuale è incompiuta, se non è integrata e coronata da quella collettiva; l’apostolato non può perciò fermarsi alla conversione dei singoli; esso ha la sua naturale ed essenziale espansione nella conversione della città; se la città non è cristianamente costruita, l’opera di conversione individuale è tronca e può rapidamente decadere». Invece Paolo Borsellino una volta disse: «Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare».

Da queste citazioni capiamo che il cristiano ha un modo tutto suo di abitare la città. Un modo, un metodo, che sintetizzerei così:

1 - Il cristiano coltiva una visione, una missione per la città, che va oltre il qui e l’ora, oltre il localismo, la materialità delle cose e la quotidianità, per cercare una prospettiva, un’aspirazione universale e spirituale. Il cristiano, impegnato o meno in politica, non può limitarsi alla gestione dell’ordinario. Deve avere un progetto, un progetto di bene per la città.
2 - La città è la casa delle persone. Delle persone, non dei consumatori, degli elettori, dei cittadini, dei pazienti, dei lavoratori… la parola persona è più grande della parola cittadino (tanto amata dal M5S) o della parola consumatore. I cristiani che abitano la città devono lavorare per renderla più umana, più accogliente per ogni persona, devono considerare la persona nella sua globalità, non solo nei suoi bisogni materiali.
3 - Il progresso, la salvezza, non è solo un fatto individuale, ma anche collettivo, comunitario. Non possiamo pensare solo a salvare noi stessi, individualmente. Dobbiamo salvare le nostre città, le nostre comunità nel loro insieme, aiutarle a risvegliare la loro anima. Nessuno si salva da solo, recitava un detto popolare. Dobbiamo sentirci responsabili delle scelte e del destino delle nostre città.
4 - Per migliorare e far avanzare le nostre città dobbiamo amarle. Anche quando esprimono dei fatti ignobili o vengono fatte scelte che vanno contro i nostri principi. Penso ad esempio a quello che sta accadendo a Torino in merito all’idea di famiglia e al mainstream, al pensiero unico dominante sul tema del gender e della genitorialità per tutti, come se avere dei bambini fosse un diritto rivendicabile a prescindere dalla propria condizione. Solo amando le nostre città, cercando di capire perché si affermano queste idee, intavolando un confronto, si può essere presenza feconda.
 
Infine, il cristiano ha dei contenuti propri:

la centralità della persona;

la promozione del lavoro come mezzo fondamentale della realizzazione della persona;

il protagonismo della famiglia e delle formazioni sociali intermedie;

l’integrazione degli immigrati e delle altre minoranze nella comunità;

la partecipazione attiva dei lavoratori dentro l’impresa e la sua responsabilità sociale;

il buon funzionamento delle municipalità, specie in quanto primo riferimento e promotore di civismo dei cittadini;

la sussidiarietà;

la lotta contro ogni forma di illegalità;

il rispetto e l’attuazione della Costituzione;

la promozione di misure per contrastare la povertà, materiale e culturale;

il riconoscimento della soggettività sociale della comunità derivante dalla convinzione che il cittadino non vada inteso come individuo, ma come persona intrinsecamente legata con altre persone. La comunità è la somma dei legami e delle relazioni tra le persone, non una lobby di individui che perseguono i loro interessi individuali. Se ci fosse più spirito di comunità ci sarebbe meno paura in giro.

Insomma, per abitare la città, ogni cristiano deve restare ancorato ad un percorso di formazione continua, sul metodo, sui contenuti, sui segni dei tempi… soprattutto deve coltivare i legami di comunità, le relazioni umane, e non temere la dimensione dell’essere minoranza, perché come diceva il cardinal Martini: “Sono le minoranze a guidare la storia.




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martedì, aprile 15, 2025

Manifesto sulla cura della casa comune, CEI - Conferenza Episcopale Italiana


CEI - Conferenza Episcopale Italiana

Manifesto sulla cura della casa comune
'PROGETTARE CITTÀ PER LE PERSONE' 


 Panorama della città di Roma

La CEI, attraverso il Servizio Nazionale per l'edilizia di culto, aderendo convintamente all'enciclica di Papa Francesco Laudato si', fa proprie le istanze di bellezza, inclusione sociale ed ecologia urbana, ed esorta tutti ad assumersi le proprie responsabilità e agire senza alcun indugio per ridare ad ogni persona luoghi che assicurino un'elevata qualità della vita.
Il Manifesto, alla cui stesura ha preso parte un gruppo di lavoro composto da persone di alta e varia competenza, si rivolge anzitutto a coloro dalla cui decisione e amministrazione dipendono le sorti delle città e delle periferie, ma anche alle imprese, ai mediatori della conoscenza, e infine ad ogni singolo cittadino. Ad ogni livello infatti sono riscontrabili e richieste responsabilità, determinazione e impegno perché la cura della casa comune non sia più solo un auspicio, ma divenga realtà.
Hanno fatto parte del gruppo di lavoro attivato dal Servizio Nazionale: Tommaso Dal Bosco, Michele Lorusso, Gian Carlo Magnoli, Andrea Nonni, Aldo Patruno, Paola Pierotti.


Conferenza Episcopale Italiana 
SERVIZIO NAZIONALE PER L’EDILIZIA DI CULTO 
La vita delle persone (bambini, giovani, adulti, anziani) si svolge all’interno di luoghi che dovrebbero essere progettati per accogliere in armonia il valore dei singoli e delle comunità ed esaltare le doti più positive di ciascuno. Per questo motivo città e piccoli centri, nuclei storici e periferie, dovrebbero tendere alla sostenibilità e perseguire obiettivi di bellezza ed inclusione, proponendosi quali catalizzatori delle migliori qualità di ogni uomo e di ogni donna. Oggi appare evidente che i luoghi in cui viviamo poco rispondono a queste aspettative. È quindi urgente sottoscrivere un impegno autentico e sostanziale riguardo al bene comune, che non è somma di interessi individuali, ma insieme di valori condivisi e attuati secondo una visione nobile, alta ed inclusiva, riferita al presente e al futuro. 
La Conferenza Episcopale Italiana - CEI, promuovendo un’iniziativa di piena condivisione, fattiva interpretazione e concreta attuazione dell’Enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, invita tutti a comprendere che progettare e trasformare il territorio è un'attività che implica grandissime responsabilità perché produce effetti che interessano il mondo e le persone di oggi e di domani, e tali effetti sono spesso irreversibili! Occorre quindi che coloro che operano nei luoghi decisionali, persone di buon proposito e qualificate, compiano scelte e adottino metodologie adeguate per armonizzare le istanze dei singoli e delle comunità con l'interesse generale, salvaguardando l'autonomia dei soggetti sia privati che pubblici, ma rimarcandone la responsabilità negli intenti e nelle scelte compiute. 
La CEI si rivolge dunque ai cittadini, alle imprese e ai professionisti, ai soggetti privati, alle associazioni di categoria e agli enti di formazione, alla pubblica amministrazione e ai decisori politici perché ciascuno, nell’esercizio del proprio ruolo e secondo le proprie responsabilità, si assuma l’impegno di progettare, costruire e gestire sempre luoghi belli, sostenibili ed inclusivi. 
 La CEI, avendo a cuore il futuro delle città e delle prossime generazioni, e mettendo al centro la Bellezza richiamata da Papa Francesco, invita tutti coloro che perseguono obiettivi di sviluppo sostenibile, ad aderire al Manifesto che si fonda sui tre pilastri dell’Inclusione Sociale, dell’Economia d’Impatto e dell’Ecologia Urbana.


 MANIFESTO sulla cura della casa comune 
'PROGETTARE CITTÀ PER LE PERSONE' 

Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso cristallo. (Apocalisse 21, 18) La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l'Agnello. (Apocalisse 21, 23) Dal momento che “molte città sono grandi strutture inefficienti che consumano in eccesso acqua ed energia”; che “spesso si trova una città bella e piena di spazi verdi ben curati in alcune aree ‘sicure’ ma non altrettanto in zone meno visibili, dove vivono gli scartati della società”; che “è necessario curare gli spazi pubblici, i quadri prospettici e i punti di riferimento urbani che accrescono il nostro senso di appartenenza, la nostra sensazione di radicamento, il nostro ‘sentirci a casa’ all'interno della città che ci contiene e ci unisce”; che “la qualità della vita nelle città è legata in larga parte ai trasporti, che sono spesso causa di grandi sofferenze per gli abitanti”; che “coloro che progettano edifici, quartieri, spazi pubblici e città hanno bisogno del contributo di diverse discipline”; che “conviene evitare una concezione magica del mercato, che tende a pensare che i problemi si risolvano solo con la crescita dei profitti delle imprese o degli individui”; che “gli sforzi per un uso sostenibile delle risorse naturali non sono una spesa inutile, bensì un investimento che potrà offrire altri benefici economici a medio termine”; che “i costi economici e sociali derivanti dall’uso delle risorse ambientali comuni (vanno) riconosciuti in maniera trasparente e (vanno) pienamente supportati da coloro che ne usufruiscono e non da altre popolazioni o dalle generazioni future”; che è necessario “un approccio integrale, includendo in un dialogo interdisciplinare i diversi aspetti della crisi” e che “la politica e l’economia tendono a incolparsi reciprocamente per quanto riguarda la povertà e il degrado ambientale, (mentre) quello che ci si attende è che riconoscano i propri errori e trovino forme di interazione orientate al bene comune” (Papa Francesco, Laudato si', nn. 44; 45; 151; 153; 150; 190; 191; 195; 197).

Ci impegniamo d'ora innanzi a progettare, costruire e gestire sempre luoghi belli, sostenibili ed inclusivi: 

1. CHE AFFERMINO DIGNITÀ E CENTRALITÀ DELLA PERSONA E DELLE RELAZIONI 
I cittadini, pienamente consapevoli del valore e della dignità di ogni persona, siano costantemente orientati e seriamente impegnati a contribuire alla nascita e alla crescita di luoghi altrettanto dignitosi, non cedano mai all'abbrutimento e al degrado, e colgano ogni occasione per partecipare alla progettazione ed alla gestione delle città; divengano promotori di iniziative sociali legate alla tutela e alla valorizzazione dell'ambiente, tese a rafforzare il legame tra ecologia e benessere umano. Gli amministratori/I decisori politici dispongano che la progettazione urbana ponga realmente al centro la vita e la dignità delle persone ed il loro benessere globale, operino perché siano possibili relazioni sociali serene, e abbraccino i principi della partecipazione e del confronto costruttivo, favorendo il superamento degli errori pregressi legati alla formulazione delle politiche territoriali e urbane. I professionisti/Le imprese condividano con gli amministratori e i cittadini il perseguimento dell’obiettivo primario del benessere delle persone, unico parametro per misurare, non solo economicamente, il valore del progetto e del profitto; ricordino che ogni intervento può dirsi riuscito solo se declina efficacemente il valore e la dignità degli esseri umani e dell’ambiente. 

2. CHE MIGLIORINO LA QUALITÀ DELLA VITA 
 I cittadini, consapevoli che la qualità della loro esistenza si realizza attraverso il benessere globale e che esso si accresce solo attraverso un progresso autentico ed integrale, non si rassegnino ad un basso livello della propria condizione di vita, ma siano attivi nell’indirizzare richieste specifiche agli amministratori e alle imprese e nel monitorarne e controllarne le azioni. Gli amministratori/I decisori politici adottino sistemi di misurazione e valutazione, chiari e condivisi, per la sostenibilità delle iniziative di sviluppo e/o recupero del territorio; individuino efficaci indicatori della qualità della vita e ne facciano parametri di riferimento nella formulazione e nella autovalutazione degli interventi urbani; divulghino gli obiettivi e i risultati raggiunti e da raggiungere in modo semplice e oggettivo. I professionisti/Le imprese nella loro attività assumano non solo l’obiettivo dell’equo profitto ma anche quello più ampio della sostenibilità, attivando idonee interlocuzioni con tutti gli attori coinvolti; anch’essi si lascino guidare anzitutto dall’ambizione di accrescere la qualità della vita delle persone e del territorio. 

3. CHE PROMUOVANO UNA SOCIALITÀ DINAMICA E SOLIDALE 
I cittadini, persuasi che chiudendosi nel proprio mondo e negandosi alla collettività si allontanano da un reale benessere, alimentino la cultura del dialogo, dell'integrazione e della condivisione; si impegnino attivamente nella comunicazione, imparando ad utilizzarla, in modo corretto e rispettoso, per migliorare le proprie condizioni di vita. Gli amministratori/I decisori politici, nell’attuazione delle politiche urbane, ricordino che non solo persone corrette fanno belle le città ma anche luoghi più umani rendono le comunità più disposte alla relazione; si impegnino, quindi, con un cambio di modello culturale e non solo procedurale, a realizzare luoghi più inclusivi che favoriscano la pacifica convivenza e stimolino la crescita sociale e culturale; provvedano a dotare le città delle infrastrutture anche tecnologiche necessarie per un avanzamento culturale, sociale ed economico dei territori. I professionisti/Le imprese sappiano attingere al sapere di più discipline e facciano della sinergia e dell’innovazione il loro punto di forza, adottando modalità organizzative che, superando sterili corporativismi, rispondano alle esigenze delle persone e delle comunità, anche al fine di creare ambienti di lavoro fecondi di socialità. 

4. CHE NON SACRIFICHINO LA BELLEZZA AL PROFITTO 
I cittadini, in forza della loro naturale vocazione e del diritto inalienabile alla bellezza, ne siano i primi fautori e i più zelanti custodi, e siano consapevoli di dover contribuire con il proprio comportamento a non degradare i luoghi in cui abitano e ad esaltarne la vivibilità, il decoro e la dignità; promuovano quindi idee e azioni tese a valorizzare il patrimonio esistente anche reinterpretandolo attraverso i linguaggi della contemporaneità; si dispongano seriamente all'educazione estetica e si aprano a riconoscere la dimensione simbolica dei luoghi e degli oggetti, persuasi che non la bellezza effimera è da perseguire ma la piena e armonica integrazione tra ambiente, città, e persone, per restituire dignità ad ognuno ovunque viva ed operi. Gli amministratori/I decisori politici rammentino con responsabilità che portare bellezza nei territori è anzitutto un dovere etico che è parte integrante del proprio mandato; mostrino, nel concreto delle politiche urbane, che non c'è differenza alcuna tra le persone: non ci siano mai più isole di bellezza accanto ad aree desolate e insicure!; si ispirino al principio della simultaneità, secondo cui un luogo, una città, un edificio esprimono bellezza solo se l'estetica si coniuga con l'ordine, la comodità e la funzionalità; facciano in modo che le dimensioni visiva, acustica e climatica vengano mantenute nel tempo. I professionisti/Le imprese siano consapevoli che il recupero e la valorizzazione delle periferie e dei centri storici rappresentano una straordinaria occasione di riqualificazione culturale, sociale ed urbanistica, e che bruttezza e degrado rappresentano un peso economico e sociale che grava sulle classi più deboli e graverà sulle generazioni future; siano consapevoli che il rilancio dell’economia e la crescita hanno storicamente coinciso con la produzione e l’esportazione della bellezza da parte del talento italiano. 

5. CHE SIANO LA MIGLIORE RISPOSTA AI BISOGNI E ALLE ASPETTATIVE DELLE PERSONE 
I cittadini sappiano manifestare reali bisogni ai decisori pubblici attraverso i canali mediatici ed istituzionali più idonei, e si impegnino a non rimanere estranei ai processi di attuazione delle politiche urbane, chiedendo che sia rispettato il proprio diritto di essere informati circa le regole e i contenuti delle intese pubblico-privato, e di essere coinvolti responsabilmente nella genesi delle stesse. Gli amministratori/I decisori politici promuovano forme di partecipazione, coinvolgendo i cittadini nella programmazione, progettazione, realizzazione e nel monitoraggio degli interventi e correlando sempre di più l’offerta alla domanda; non prescindano mai dal confronto con la popolazione; in un quadro di regole chiare e condivise, realizzino politiche urbane che perseguano obiettivi di interesse generale, valorizzino le competenze e le specificità locali e adottino sistemi di comunicazione aperti e trasparenti; tengano a mente che l’immobilismo e la burocrazia fine a se stessa comportano sempre dei costi economici e sociali che oggi vengono scarsamente considerati. I professionisti/Le imprese adottino la logica della sostenibilità di medio/lungo periodo; si impegnino a rispondere ai bisogni dei cittadini attraverso una virtuosa relazione con gli amministratori ed esaltino le potenzialità offerte dalla tecnologia per l’innovazione e l’organizzazione; siano in grado di gestire in maniera efficiente un’opera pubblica o un intervento di interesse generale, di far fronte alle criticità e di accollarsi i rischi legati ai mutamenti della domanda; nel loro agire, tengano in debita considerazione non solo i valori finanziari ma anche i risultati sociali a cui tendere. 

6. CHE USINO IN MANIERA SOSTENIBILE LE RISORSE 
I cittadini adottino comportamenti virtuosi improntati alla riduzione dei consumi e degli sprechi, all’utilizzo di materiali non inquinanti, alla raccolta differenziata dei rifiuti, all’uso razionale e sostenibile dei trasporti. Gli amministratori/I decisori politici prendano coscienza dell’urgenza di attuare politiche ed azioni tese a ridurre le emissioni nocive, i costi e i consumi attraverso meccanismi premiali e sanzionatori; incentivino l’utilizzo di materiali rinnovabili e si impegnino a collaborare con il settore privato per garantire realizzazioni con costi e tempi certi. I professionisti/Le imprese, perseguano l’innovazione nei processi costruttivi, nel rispetto della sostenibilità economica, sociale e ambientale degli interventi e prediligendo soluzioni di riuso e riciclo. I professionisti si impegnino a consegnare progetti realizzabili e le imprese si impegnino a non modificarne i criteri prestazionali, con il comune obiettivo di evitare ingiustificati aumenti di costo in cantiere e nella fase di gestione dell’opera. 

7. CHE SIANO SOSTENIBILI E MISURABILI NEGLI EFFETTI SULL’AMBIENTE 
 I cittadini valutino attentamente la relazione tra costi e benefici e l’impatto ambientale anche per interventi privati di dimensioni contenute; sappiano monitorare nel tempo il livello di raggiungimento degli obiettivi sociali alla base della realizzazione di un’opera pubblica. Gli amministratori/I decisori politici comprendano che un’analisi di impatto preventiva è indispensabile per tutti i progetti; che oggi esistono tecniche collaudate ed efficaci che permettono sia di valutare gli impatti attesi, che di tenere sotto controllo i risultati tramite adeguate azioni correttive; le adottino, dunque, per ogni singolo intervento, e le estendano al più ampio contesto territoriale e all'intera fase temporale, valutando i pro e i contro per ogni singola categoria dei fruitori; rammentino infine di includere nell’analisi costi-benefici le potenziali implicazioni che scaturiscono da un mancato intervento. I professionisti/Le imprese focalizzino la loro attenzione sulle forme di gestione di un’opera in modo da creare una partnership virtuosa con gli amministratori e con i cittadini capace di restituire adeguati ritorni e benefici nel tempo.



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Fonte: https://bce.chiesacattolica.it/2015/11/02/manifesto-cei-sulla-cura-della-casa-comune/

sabato, aprile 05, 2025

I 7 PRINCIPI DELL ‘ #Architetto ALGORETICO, di Giuseppe Maria Jonghi Lavarini


I 7 PRINCIPI DELL ‘ #Architetto ALGORETICO

di Giuseppe Maria Jonghi Lavarini


 


Nel tempo dell’AI intelligenza artificiale e della progettazione algoritmica, l’architettura è chiamata a una nuova responsabilità: custodire la dignità umana e il senso del limite in un mondo che rischia di affidare tutto al calcolo.

L’architetto cattolico non è solo un progettista, ma un testimone del bene comune, un custode del creato e un artigiano della speranza.
La tecnologia è uno strumento potente, ma l’etica è la bussola che orienta il progetto verso il servizio dell’uomo e non della tecnica. 





I 7 PRINCIPI DELL ‘ #Architetto ALGORETICO

#1 Persona al #centro
“L’architettura è per l’uomo, non per la macchina.”
Ogni algoritmo, ogni software, ogni automatismo deve essere al #servizio della vita umana.
L’abitare è un’esperienza #spirituale prima che funzionale.

#2. Bene comune e inclusione
“Progettare è un atto politico e #morale.”
L’IA deve aiutare a colmare le disuguaglianze, non ad accentuarle.
L’architettura è giusta quando è accessibile, partecipata e #solidale.

#3. #Consapevolezza tecnologica
“Comprendere per governare.”
L’architetto usa l’IA con spirito critico e conoscenza profonda.
Ogni algoritmo contiene una visione del mondo:
occorre vigilare su quale.

#4  #Ecologia integrale
“Costruire è #custodire.”
Ogni progetto deve rispettare l’equilibrio
tra ambiente, cultura, società e spiritualità,
secondo i principi della #Laudatosi’.

#5  #Bellezza come via alla trascendenza
“La bellezza non è un lusso, ma un #linguaggio di Dio.”
Anche con l’IA, l’architetto è artista e profeta.
Progetta spazi che parlano al #cuore, elevano l’anima, custodiscono il mistero.

#6. Dialogo e comunità
“L’architetto non costruisce da solo.”
implica un #dialogo tra discipline, popoli e generazioni.
Il progetto nasce dall’ascolto e cresce nella relazione.

#7 Memoria e futuro
“Ogni spazio è una parola nel tempo.”
L’architetto è #ponte tra radici e visioni.
L’#IA può guardare al futuro, ma è l’uomo che ricorda, custodisce e spera.





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Per approfondimenti su etica, bioetica e tecnologia vai al sito di p. Paolo Benanti sull'intelligenza artificiale e Algoretica   www.paolobenanti.com/

Note: 

La parola hashtag è composta da (hash), che indica il simbolo del cancelletto , e da (tag), che possiamo tradurre come etichetta, targhetta , cartellino, codice di identificazione o qualsiasi altra cosa che sia (attaccata) ad un'altra per contrassegnarla in modo specifico.
Un hashtag è un tipo di tag metadato utilizzato su alcuni servizi web e social network come aggregatore tematico, la cui funzione è di rendere più facile per gli utenti trovare messaggi su un tema o contenuto specifico. Il termine hashtag può anche fare riferimento al simbolo cancelletto stesso, quando usato nel contesto di un hashtag.
L'hashtag, in un servizio che lo supporta, può essere creato da un utente inserendo il carattere cancelletto # davanti a una parola o a una frase del testo principale di un messaggio. La parola può essere composta da lettere, cifre e trattini bassi; non sono permessi spazi e caratteri speciali. La ricerca di un hashtag restituisce tutti i messaggi che sono stati etichettati con esso. (definizione tratta da Wikipedia) 

#Algoretica e’ un modo che rende computabili le valutazioni di bene e di male. Solo in questo modo potremo creare macchine che possono farsi strumenti di umanizzazione del mondo. Dobbiamo codificare principi e norme etiche in un linguaggio comprensibile e utilizzabile dalle macchine. Perché quella delle #AI sia una rivoluzione che porta a un autentico sviluppo, è tempo di pensare un’algor-etica. ( #PaoloBenanti, Intelligenza artificiale: è tempo di pensare a un’etica degli algoritmi, “7”, “Corriere della Sera”, 25/10/2019)



sabato, marzo 29, 2025

Augustus Pugin (1812-1852), di Paolo Risso


Augustus Pugin (1812-1852)
architettura neogotica come espressione della verità e bellezza di Dio


di Paolo Risso

 
Di origini anglicane, si rivelò presto un prodigio dell’arte e sarà il suo stesso genio e amore alla bellezza a condurlo sulla via di una sincera conversione alla Chiesa Cattolica. Scoperte le meraviglie dell’arte e della Liturgia cattolica, intuisce che lì soltanto risiede la Verità.

St Giles Church (1841-46), di Augustus Pugin

Suo padre era un aristocratico francese emigrato in Inghilterra durante la rivoluzione del 1789 e si era stabilito a Bloomsbury, regione centrale di Londra. Lì si era sposato e lì il 1° marzo 1812 gli nacque un bimbo bello e vivace che chiamò con il nome imperiale di Augustus. Ecco ora l’Inghilterra, pur non sapendolo ancora, aveva un genietto in più: Augustus Welby Northmore Pugin.

Affascinato dalla bellezza

Fu educato come anglicano e protestante in senso stretto. Presto la sua formazione fu segnata da una serie di pregiudizi contro la Chiesa Cattolica, vista come autoritaria e oscurantista e cordialmente disprezzata. Ma fin da ragazzo rivelò una passione per cui Dio sarebbe passato nella sua anima, in fondo retta e desiderosa di Verità. La sua passione era l’arte, la bellezza, anche appresa da suo padre, rinomato illustratore e teorico dell’architettura medioevale.

Cominciò a studiare arte e rivelò un singolare talento. A soli 19 anni già aveva importanti incarichi di lavoro come il disegno di mobili e pezzi decorativi per il castello di Windsor, residenza della casa reale britannica. Impegnandosi nello studio dell’architettura antica, si imbatté in un campo nuovo e per lui inesplorato di riflessioni: la Liturgia cattolica.

Quelle chiese di coloro che per disprezzo erano chiamati “i papisti”, erano edificate per rendere culto e adorazione a Dio e conservare nel dovuto onore la divina reale presenza di Gesù nella Santissima Eucaristia. Tutto quanto i cattolici avevano fatto e continuavano a fare nelle loro chiese era per Gesù, adorato, celebrato, ripresentato in Sacrificio al Padre.

«Con piacere – scriverà Pugin – ho iniziato a scrutare ogni parte di quei gloriosi edifici costruiti per le celebrazioni liturgiche! Allora ho scoperto che le cerimonie liturgiche alle quali ero solito assistere nell’anglicanesimo erano soltanto un residuo freddo e senza cuore di quelle glorie passate. E le preghiere che nella mia ignoranza avevo attribuito alla pietà della riforma anglicana, erano solo frammenti estratti dai riti solenni e perfetti della Chiesa Cattolica [...] In opposizione a tutto ciò, ho osservato la Chiesa Cattolica, che esiste con la successione apostolica ininterrotta, che trasmette da sempre la stessa fede, gli stessi Sacramenti e le cerimonie immutabili, inalterate in tutti i climi, lingue e nazioni».

Tra il 1832 e il ’34 viaggiò per diversi Paesi, per conoscere i principali edifici gotici d’Europa. A Norimberga la chiesa di San Lorenzo lo catturò in modo speciale: all’ingresso rimase avvinto dalla sua magnificenza e dall’esemplarità del gotico tedesco. Si soffermò a contemplare le esili colonne, le vetrate, l’altare maggiore e anche gli altari laterali. Quindi il suo sguardo si fissò sull’immensa ghirlanda di fiori dorati appesa sul presbiterio. Al centro fissò la statua della Madonna nell’atto di ricevere dall’Arcangelo Gabriele l’annuncio della sua divina Maternità.

Così confidò ad un amico, subito dopo: «Io potrei proprio fare mie le parole di Simeone: “Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto il Salvatore” (Lc 2,29-30)». Ma, andando nelle chiese gotiche, Pugin, sempre più spesso si fermava ad assistere alla Liturgia cattolica e ogni giorno aumentava il suo incanto, sentendo quasi fisicamente il fascino che ne emanava.

«Chi aveva un modo così sublime di pregare e di adorare Dio – pensava – dev’essere nella Verità, la Verità del modo più divino di credere in Dio e nel Figlio suo Gesù Cristo». Così, come ebbe a dire, «non resistetti a lungo alla forza irresistibile della Verità». Gli stava succedendo che la lex orandi (la regola del pregare) stava per portarlo alla vera lex credendi (la regola del credere).

St Giles Church (1841-46), di Augustus Pugin

Cattolico e romano

Aveva poco più di vent’anni, Pugin, ed era già noto persino al palazzo reale di Londra per il suo talento artistico. Ma lui ora diventava segnato e attirato sempre di più da Gesù Cristo e dalla sua Santa Chiesa Cattolica, che emulava gli Angeli nella preghiera, nella preghiera liturgica, nell’arte in cui racchiudeva la sua venerabile divina Liturgia.

«Per più di 3 anni – spiega – ho proseguito con tutta sincerità nello studio di questo così importante argomento, e la forza irresistibile della Verità penetrò nel mio cuore. Ho sottoposto volentieri il mio giudizio fallibile alle decisioni infallibili della Chiesa Cattolica, e abbracciando con mente e cuore la sua fede e la sua disciplina, sono diventato un suo umile ma vero membro fedele». A 24 anni, nel 1836, Augustus Pugin abiurò l’anglicanesimo e diventò cattolico, apostolico e romano.

Spiegherà: «Ho appreso la Verità della Chiesa Cattolica nelle cripte delle antiche chiese e cattedrali europee. Avevo cercato un tempo la verità nella moderna chiesa anglicana e ora ho scoperto che, dal momento in cui si è separata dal centro dell’unità cattolica, aveva poca verità e nessuna vita. Chi è separato dalla Chiesa Cattolica, è separato da Cristo ed è un ramo tagliato dalla vite, destinato a seccare. In questo modo e senza aver conosciuto un solo sacerdote, aiutato solo dalla grazia di Dio e dalla bellezza sovrumana dell’arte e della Liturgia cattolica, ho deciso di entrare nella sua unica vera Chiesa».

Dal quel momento, Pugin consacra la sua arte al servizio della Chiesa, perché ormai non c’era più per lui alcuna distinzione “tra la sua fede e la sua arte”. Il suo talento artistico apparve ancora superiore, quasi un prodigio, nelle cattedrali cattoliche di Birmingham (Inghilterra) e Enniscorthy (Irlanda), in chiese come quella di Saint Gilles a Cheadle (Inghilterra) ma anche nella progettazione di altari e arredi sacri.

Il suo biografo B. Ferrey scrive che di questo architetto si può dire come Davide profetizzò di Gesù: «Lo zelo per la tua casa mi divora» (Sal 69,10), tanto era animato dal desiderio di rivestire di bellezza e di splendore la casa di Dio. Allo stesso modo, egli desiderava con ardore che la Santa Messa e tutte le celebrazioni della Chiesa fossero realizzate a pompa e fulgore, perché per Dio e il Figlio suo Gesù Cristo, il Re dei re, e il Dominatore dei dominanti, nulla deve essere sciatto, ma tutto deve proclamare la sua grandezza e la sua regalità.

Per questo dona ricchi paramenti di porpora e oro per la Messa d’inaugurazione della chiesa di Santa Maria a Derby, e scrive libri su Liturgia e architettura, diventando uno dei più influenti esperti dell’architettura inglese del XIX secolo. A 25 anni, nel 1837, era già nominato professore di Storia della Chiesa a Scott. Nella sua opera principale, dal titolo Contrasti, segna un confronto tra le costruzioni medioevali e gli edifici eretti nel suo tempo e indica decisamente la superiorità delle prime. Impoverendo la fede, si impoverisce anche l’arte e purtroppo anche la Liturgia. Che cosa direbbe oggi?

St Giles Church (1841-46), di Augustus Pugin

“La morte è solo un viaggio”

Il 16 ottobre 1834, un incendio immane distrusse quasi tutto l’antico palazzo di Westminster, risalente all’XI secolo. La ricostruzione impiegò diversi anni e nel 1850 mancava ancora il progetto della grande Torre dell’Orologio. Augustus Pugin ora, a soli 38 anni, si trovava gravemente infermo, ma sir Charles Barry decise ugualmente di affidargli il disegno di quest’opera. Pugin accettò dicendo: «Fin tanto abbiamo fiato, dobbiamo lavorare per la buona causa».

Si impegnò al massimo, raccogliendo le sue ultime forze, e sorse grazie a lui, l’imponente Torre del Big Ben, come è più comunemente conosciuta con il suo più famoso orologio del mondo, simbolo della puntualità britannica.

Ma ora lui, appena 40enne, si preparava ad andare incontro a Gesù, che aveva scoperto nell’arte medioevale, tutta un inno alla sua gloria, e ancora di più nella santa divina Liturgia della Chiesa Cattolica, in cui aveva sentito la presenza di Gesù Sacerdote e Ostia e l’esercizio perenne del suo Sacerdozio che non tramonta. Spesso, contemplando le cattedrali e studiando i testi della Liturgia, Pugin aveva meditato sul mirabile duello della vita e della morte, scoprendo con gioia la vittoria del Cristo Crocifisso e risorto: «Victor quia victima», vincitore perché vittima del suo sacrificio.

Ora questa battaglia la vedeva ingaggiata nel suo stesso corpo, convinto però che avrebbe vinto Gesù e lui insieme. Ai suoi cari diceva in quei giorni: «Ho imparato ad amare Gesù Cristo in tale maniera che la morte non ha più per me niente di terribile ai miei occhi. Mi sento rassegnato come se dovessi fare un viaggio». Con questa certezza, ricevuti tutti i Sacramenti, il suo viaggio terreno si concluse il 14 settembre 1852, festa dell’Esaltazione della Croce, nell’incontro con il Volto di Cristo, contemplato ora, non solo negli affreschi dei geni pittorici più alti, ma faccia a faccia, così come Egli è.



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Nota: 
Ubicata nella parrocchia di Cheadle, Staffordshire, St Giles è considerata la più bella tra tutte le chiese costruite dal celebre architetto e progettista del diciannovesimo secolo, AWN Pugin. Fu finanziata da John Talbot (1791-1852), 16° conte di Shrewsbury, che viveva nelle vicinanze ad Alton Towers. Iniziata nel 1841 e completata nel 1846, St Giles è di importanza unica nella storia del Gothic e del Catholic Revival. Dominando la città di Cheadle, la guglia alta 200 piedi che punta verso il cielo è visibile per miglia intorno. Ai piedi della torre ci sono le porte occidentali, elaborate con due leoni rampanti.

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