Hans van der Laan: architettura, ordine e liturgia
di Carlo Sarno
La teoria di Dom Hans van der Laan (1904–1991), monaco benedettino e architetto olandese, si fonda sulla ricerca di un ordine universale che colleghi la percezione umana allo spazio costruito, integrando profondamente architettura e liturgia.
I pilastri del suo pensiero sono:
1. Il Numero Plastico
A differenza della "sezione aurea" (basata su rapporti bidimensionali), Van der Laan teorizzò il numero plastico (
Fondamento: Si basa sulla capacità umana di distinguere le dimensioni degli oggetti nello spazio.), un sistema di proporzioni tridimensionale.
Rapporti chiave: Individuò nel rapporto 3:4 la soglia minima per percepire una differenza di dimensione e nel rapporto 1:7 il limite oltre il quale due oggetti non sono più percepiti come correlati.
Obiettivo: Rendere lo spazio comprensibile e "leggibile" dall'intelletto, superando l'indeterminatezza dello spazio naturale.
2. Lo Spazio Architettonico e la Liturgia
Per Van der Laan, l'architettura non è un mero contenitore, ma un'estensione della liturgia stessa.
Architettura come "Abito": Così come l'abito riveste il corpo, l'architettura riveste lo spazio della vita umana e religiosa, conferendogli una misura intellettuale.
La Chiesa come Casa della Mente: Il suo capolavoro, l'Abbazia di San Benedetto a Vaals, incarna questa visione: forme spoglie, ritmi severi e proporzioni rigorose che invitano alla contemplazione e al silenzio.
Elementarità: Prediligeva elementi primordiali come il trilite (colonna e architrave), capaci di esprimere la gravità e l'ordine senza decorazioni superflue.
3. Opere e Trattati Principali
La sua eredità è raccolta principalmente nel volume Lo spazio architettonico. Quindici lezioni sulla disposizione dell'habitat umano, dove spiega come l'uomo "misura" il mondo per abitarlo. Le sue opere più note includono: Abbazia di San Benedetto, Vaals (Paesi Bassi).Convento di Roosenberg, Waasmunster (Belgio).
LA TEOLOGIA DI VAN DER LAAN
LA TEOLOGIA DI VAN DER LAAN
La visione teologica di Dom Hans van der Laan trasforma l'atto del costruire in una vera e propria estensione della preghiera e del ministero sacerdotale. Per lui, l'architettura non serve solo a ospitare la liturgia, ma è lo strumento necessario per rendere il "mistero" accessibile alla mente umana attraverso la materia.
Ecco i cardini teologici del suo pensiero:
1. Dalla Natura al Culto (La Creazione "Umanizzata")
Van der Laan riprende la visione di Dom Guéranger, secondo cui la natura è un insieme meraviglioso ma "disordinato" e incomprensibile per l'uomo.
L'intervento umano: L'uomo ha il compito teologico di estrarre ordine dal caos naturale. Creando spazi misurati (tramite il numero plastico), l'architetto non fa altro che imitare l'atto creativo di Dio, rendendo il mondo abitabile e "intelligibile".
Il Monumento e la Casa: La chiesa è il punto d'incontro tra la "casa" (lo spazio per l'uomo) e il "monumento" (lo spazio per Dio).
2. L'Architettura come "Sacramento" della Misura
Per il monaco olandese, la bellezza non è un fatto estetico o decorativo, ma chiarezza di percezione (claritas).
L'ordine visibile: "Come potremmo formare un'immagine della bellezza divina, invisibile, se non conosciamo la bellezza visibile?". Le proporzioni rigorose sono dunque una via per contemplare la perfezione divina.
Astrazione e Verità: La nudità delle sue chiese (come l'Abbazia di Vaals) non è minimalismo moderno, ma una scelta teologica di "spogliamento" per far emergere l'essenza dello spazio sacro senza distrazioni materiali.
3. La Liturgia "Costruita"
L'architettura agisce come un abito liturgico per l'assemblea.
L'Altare come centro: L'altare è considerato un "segno di una realtà invisibile", un monumento che dà senso a tutto lo spazio circostante.
Il gesto liturgico: Ogni elemento, dal muro al candeliere, partecipa a un unico "gesto liturgico". Van der Laan disegnava persino i caratteri tipografici e le vesti dei monaci per garantire che ogni dettaglio riflettesse la stessa armonia numerica e spirituale.
4. Il Rapporto tra Materia e Mistero
Nel suo trattato Mistero e materia, viene evidenziato come l'architettura serva a collegare la "terra" (la materia pesante, il mattone) al "cielo" (il mistero di Dio). Il numero plastico è il ponte razionale che permette a questo legame di realizzarsi in modo oggettivo e non sentimentale.
IL NUMERO PLASTICO
Il
numero plastico () è il cuore matematico e percettivo della teoria di Dom Hans van der Laan, ideato come un'alternativa tridimensionale alla sezione aurea..
1. Definizione Matematica
Mentre la sezione aurea (
) è legata a un'equazione di secondo grado (
), il numero plastico è l'unica soluzione reale di un'equazione di terzo grado:
Questa natura cubica riflette la volontà di Van der Laan di creare un sistema che non si fermasse alla superficie piana (il rettangolo), ma che governasse il volume (il solido), essenza dell'architettura.
2. Fondamento Percettivo
Il numero non nasce da un calcolo astratto, ma da esperimenti sulla capacità umana di distinguere le dimensioni:
- La soglia di differenza (3:4): Van der Laan osservò che se due oggetti hanno dimensioni troppo simili, la mente li percepisce come uguali. Solo quando il rapporto è di circa 3:4 (che approssima ), riusciamo a percepire chiaramente una differenza di "tipo".
- La soglia di relazione (1:7): Oltre il rapporto di 1:7, i due oggetti non sono più confrontabili e sembrano appartenere a mondi diversi.
3. La Funzione "Plastica"
Il termine "plastico" non si riferisce al materiale, ma all'antica accezione di "dare forma" (plastikòs). Il sistema serve a: Misurare lo spazio: Trasforma l'infinito spazio naturale in uno spazio "umanizzato" e comprensibile.Creare armonia tra le parti: Permette di generare serie di misure (come quelle descritte nei suoi Trattati di architettura e liturgia) dove ogni elemento — dallo spessore di un muro alla lunghezza di una navata — è legato da un rapporto proporzionale costante.
4. Applicazione Pratica: L'Abaco Architettonico
Per facilitare l'uso del numero plastico, Van der Laan inventò strumenti come l'abaco architettonico e la morfoteca (una collezione di solidi campioni). Questi strumenti servivano a progettare edifici dove il ritmo di vuoti e pieni fosse immediatamente "leggibile" dall'occhio, producendo quel senso di pace e ordine tipico delle sue abbazie.
VAN DER LAAN E LA TEOLOGIA DELLA BELLEZZA
La relazione tra la teoria di Van der Laan e la teologia della bellezza si fonda sul superamento del sentimento estetico a favore della verità ontologica: la bellezza non è un ornamento, ma lo "splendore dell'ordine" (splendor ordinis), come teorizzato da San Tommaso d'Aquino.
Ecco i punti cardine di questa connessione:
1. Bellezza come Claritas (Chiarezza)
Per Van der Laan, la bellezza coincide con la comprensibilità. Dio ha creato il mondo con "misura, numero e peso" (Sapienza 11,20); pertanto, un'architettura che rivela le leggi numeriche della creazione permette alla mente di elevarsi verso il Creatore. Il Numero Plastico è lo strumento che conferisce claritas alla materia, rendendo visibile l'armonia invisibile di Dio Trattati di Architettura e Liturgia.
2. La Via Pulchritudinis come Via Razionale
A differenza del barocco o del neogotico, la bellezza di Van der Laan non cerca l'emozione attraverso lo stupore, ma attraverso la pace dell'intelletto.
Contro il soggettivismo: La bellezza non è "negli occhi di chi guarda", ma nella proporzione oggettiva tra le parti.
Funzione teologica: Se lo spazio è ordinato, l'anima che lo abita può disporsi con più facilità all'ascolto della Parola. La bellezza è dunque una condizione di silenzio visivo che precede la preghiera.
3. L'Uomo come "Co-creatore"
La teologia di Van der Laan vede l'architetto come un collaboratore dell'opera divina. La natura offre la materia grezza, ma l'uomo, attraverso l'arte e la tecnica (il logos), la "battezza" trasformandola in spazio sacro. Questo processo è descritto come un atto di culto razionale, dove la bellezza emerge quando la materia obbedisce pienamente alla forma pensata da Dio.
4. Il Simbolismo della "Gerarchia"
La bellezza risiede anche nella gerarchia degli spazi. Nel suo pensiero, riflesso negli studi di Michel Remery su Van der Laan, il rapporto tra il nartece, la navata e l'altare esprime visivamente la tensione della creatura verso il Sacro. La bellezza è il risultato di questa tensione verso l'Alto resa stabile dalla pietra.
VAN DER LAAN E VON BALTHASAR
La relazione tra Hans van der Laan e Hans Urs von Balthasar non è di collaborazione diretta, ma di una profonda convergenza intellettuale su come la forma visibile riveli la gloria invisibile di Dio. Entrambi sono pilastri del recupero della bellezza come categoria teologica oggettiva nel XX secolo.
I punti di contatto principali sono:
1. Il Primato della "Forma" (Gestalt)
Per Von Balthasar, nella sua opera monumentale Gloria, la rivelazione divina avviene attraverso una forma (il Cristo) che deve essere percepita nella sua interezza e splendore.
Van der Laan applica questo concetto all'architettura: l'edificio non è un ammasso di pietre, ma una Gestalt (forma) dotata di una sua logica interna (il numero plastico) che manifesta un ordine superiore.
Convergenza: Per entrambi, la bellezza non è un sentimento soggettivo, ma la "luce" che emana da una forma proporzionata e vera.
2. La Bellezza come "Trascendentale"
Sia il monaco che il teologo si rifanno alla metafisica scolastica, vedendo la Bellezza come indissolubile dal Vero e dal Bene.
Von Balthasar avverte che una verità senza bellezza diventa una "logica fredda", e un bene senza bellezza diventa un "dovere oppressivo".
Van der Laan risponde con l'architettura: uno spazio sacro che non sia "bello" (cioè ordinato e proporzionato) fallisce nel testimoniare la verità del dogma. La sua abbazia di Vaals è la messa in pratica della "percezione della forma" balthasariana.
3. La "Claritas" e lo Splendore della Verità
Von Balthasar definisce la bellezza come lo splendor veritatis. Van der Laan traduce questo concetto in chiarezza architettonica.
In un'epoca di arte astratta o puramente funzionale, entrambi difendono l'idea che la forma debba essere leggibile. Per Van der Laan, se l'occhio non può "misurare" lo spazio (attraverso il numero plastico), la mente non può trovare riposo. Per Balthasar, se l'uomo non sa più leggere la forma del Sacro, perde la capacità di contemplare Dio.
4. Il ruolo dell'Arte nel Culto
Mentre Von Balthasar esplora come la letteratura e la musica aprano al mistero, Van der Laan si concentra sulla spazialità. Come evidenziato negli studi di Michel Remery, l'architettura di Van der Laan è la cornice fisica necessaria perché la "teodrammatica" (il rapporto tra Dio e l'uomo descritto da Balthasar) possa aver luogo durante la liturgia.
Van der Laan è stato colui che ha dato una dimensione muraria all'estetica teologica che Von Balthasar ha teorizzato sulla carta.
LA CRITICA ALLA MODERNITA'
Certamente. La critica che entrambi muovono alla modernità nasce dal timore che l'arte abbia smarrito la sua oggettività, diventando o un puro esercizio tecnico o uno sfogo dell'ego dell'artista.
Ecco i punti di convergenza nella loro critica:
1. La critica al Soggettivismo (L'arte come "espressione" vs "rivelazione")
Von Balthasar: Lamentava che l'arte moderna avesse sostituito la percezione della forma divina con l'interiorità psicologica dell'artista. Se la bellezza diventa solo "ciò che sento", il legame con la Verità si spezza.
Van der Laan: Detestava l'arbitrarietà formale. Per lui, l'architetto non deve "inventare" forme, ma "scoprire" le leggi della misura (il Numero Plastico) già insite nella natura e nel pensiero umano. Come spiega il saggio Mistero e materia, l'arte moderna è spesso "chiasso visivo" che impedisce il silenzio necessario all'incontro con Dio.
2. Il rifiuto del Funzionalismo estremo
Entrambi vedevano nel modernismo radicale (come il funzionalismo di stampo industriale) una minaccia alla dignità dell'uomo:
Balthasar avvertiva che un mondo costruito solo sulla funzione diventa un "deserto di utilità" dove la gloria di Dio non può più rifulgere.
Van der Laan criticava le chiese "garage" o "auditorium": edifici che servono a uno scopo pratico ma non hanno una natura sacramentale. L'architettura deve essere un "abito", non una "macchina per abitare".
3. La perdita della "Misura" e del Sacro
Per Von Balthasar, la bellezza richiede un limite, una cornice che renda il mistero contemplabile (il concetto di Gestalt).
Per Van der Laan, l'arte moderna ha perso la "giusta misura". O è troppo piccola (banale) o troppo monumentale (alienante). Il suo lavoro all'Abbazia di Vaals è una risposta critica: un ritorno a una bellezza monumentale ma umana, dove la semplicità non è povertà, ma massima concentrazione spirituale.
4. L'arte come "Idolo" vs "Icona"
Entrambi concordano sul fatto che l'arte moderna rischi di diventare un idolo (che ferma lo sguardo su di sé per la sua stranezza o audacia tecnica). Al contrario, l'arte cristiana deve essere un'icona (una finestra trasparente verso l'Oltre). Van der Laan realizzava spazi così spogli proprio per evitare che l'architettura si mettesse al posto di Dio, agendo invece come un supporto invisibile ma rigoroso alla liturgia.
Per entrambi la crisi dell'arte moderna è una crisi teologica: l'uomo ha smesso di guardare all'ordine del creato per guardare solo a se stesso.
LA RIFORMA LITURGICA DEL CONCILIO VATICANO II
L'influenza di Dom Hans van der Laan sulla riforma liturgica del Concilio Vaticano II è profonda, sebbene operi più sul piano dei principi architettonici che su quello dei decreti formali. Egli ha fornito il linguaggio spaziale per tradurre il concetto di actuosa participatio (partecipazione attiva).
Ecco come la sua teoria ha plasmato la nuova concezione dello spazio sacro:
1. La Chiesa come "Domus Ecclesiae"
Prima della riforma, l'enfasi era sul tempio come dimora di Dio. Van der Laan, in linea con il movimento liturgico, promuove l'idea della chiesa come spazio per l'assemblea.
L'influenza: I suoi spazi non sono direzionati solo verso un punto lontano, ma creano un senso di "comunità raccolta". La misura del Numero Plastico serve a dare una scala umana che permetta ai fedeli di sentirsi parte integrante dell'azione liturgica, non semplici spettatori.
2. Centralità dell'Altare e "Nobile Semplicità"
Il documento conciliare Sacrosanctum Concilium chiede una "nobile semplicità" per i riti e gli arredi.
L'interpretazione di Van der Laan: Egli anticipa e applica questo concetto eliminando ogni decorazione superflua. Per lui, la bellezza non deriva da fregi o statue, ma dalla proporzione stessa dei muri.
L'altare isolato: Van der Laan è stato tra i primi a progettare altari che fossero veri "centri gravitazionali" dello spazio, permettendo la celebrazione versus populum in una cornice di assoluto rigore formale, come visibile nell'Abbazia di San Benedetto a Vaals.
3. Il Percorso Liturgico (Soglia e Spazio)
La riforma ha riscoperto il valore dei segni (processioni, battesimo, proclamazione).
La Teoria della Soglia: Van der Laan teorizza l'architettura come una serie di passaggi (cortile, nartece, navata). Questo aiuta la teologia post-conciliare a sottolineare il passaggio dal "profano" al "sacro" non come una separazione netta, ma come una iniziazione graduale. Come evidenziato negli studi di Michel Remery, lo spazio diventa un "pedagogo" che educa il corpo del fedele al mistero.
4. L'integrazione totale degli arredi
Van der Laan estese la sua teoria a ogni oggetto: banchi, candelieri, paramenti e persino i caratteri tipografici dei messali. Questa visione "totale" ha influenzato il modo in cui oggi intendiamo l'adeguamento liturgico delle chiese: non basta spostare l'altare, serve che l'intero ambiente architettonico parli lo stesso linguaggio teologico.
L'AMORE DI GESU'
La relazione tra l'amore di Gesù e la teoria di Van der Laan risiede nel concetto di Incarnazione: come Dio si è fatto carne per abitare tra noi, così l'architettura deve farsi "misura" per rendere il mistero divino abitabile dall'uomo.
Ecco come la carità di Cristo si traduce nel rigore del Numero Plastico:
1. L'Architettura come atto di "Ospitalità" (Carità)
Per Van der Laan, costruire non è un esercizio di potere, ma un atto di amore verso il prossimo. Progettare uno spazio proporzionato significa offrire all'uomo un luogo dove la mente può riposare.
La relazione: Se l'amore di Gesù è accoglienza, l'architettura deve essere una "casa" che non opprime l'anima con il caos, ma la accoglie in un ordine sereno. La misura diventa quindi un gesto di carità intellettuale.
2. Il Numero Plastico come "Mediazione" (L'Umanità di Cristo)
Gesù è il mediatore tra il Padre (l'infinito) e l'umanità (il finito).
Parallelismo: Van der Laan vede lo spazio naturale come "infinito e inafferrabile". L'uomo, da solo, ne sarebbe schiacciato. Il Numero Plastico agisce come Cristo: è la "misura umana" che rende comprensibile l'infinito. Attraverso la proporzione, l'architetto "umanizza" il mondo, rendendo visibile l'amore ordinatore di Dio Trattati di Architettura e Liturgia.
3. La "Kénosis" (Spogliamento) Formale
L'amore di Gesù si manifesta nella Kénosis (lo svuotamento di sé sulla Croce).
L'applicazione: L'estetica di Van der Laan è una "estetica della povertà". Rinunciando all'ornamento e all'esibizionismo artistico, l'architetto compie un sacrificio della propria gloria per far risplendere solo la presenza di Dio. La spoglia bellezza di luoghi come l'Abbazia di Vaals riflette l'umiltà di Cristo: la pietra grezza e il cemento a vista diventano nobili perché servono il Mistero.
4. La Comunione dei Fedeli
L'amore di Gesù unisce le membra nel suo Corpo che è la Chiesa.
Lo spazio eucaristico: Van der Laan progetta la chiesa affinché la disposizione spaziale favorisca la comunione. Ogni colonna e ogni muro sono legati da rapporti armonici che riflettono l'unità dei fedeli in Cristo. Come spiegato da Michel Remery, l'edificio è il corpo visibile che permette all'amore invisibile di Cristo di fluire tra i membri dell'assemblea.
Per Van der Laan l'architettura è l'espressione tangibile del "Dio che mette la sua tenda tra noi": un atto di amore che trasforma la materia in un grembo accogliente per lo Spirito.
L'ALTARE
Per Dom Hans van der Laan, l'altare non è un semplice tavolo, ma il perno assoluto attorno a cui ruota l'intero cosmo architettonico, rappresentando fisicamente il Corpo di Cristo e il suo sacrificio.
Ecco come la sua teoria traduce il sacrificio eucaristico in forma:
1. L'Altare come "Monumento" e "Segno"
Nella visione di Van der Laan, l'altare deve distinguersi da ogni altro mobile. Mentre i banchi sono "strumenti" per l'uomo, l'altare è un monumento per Dio.
La Pietra: Utilizzava blocchi di pietra massicci e squadrati per richiamare la stabilità di Cristo, la "pietra d'angolo".
La Misura: L'altare è l'elemento che dà la scala a tutto l'edificio. Attraverso il numero plastico, le dimensioni dell'altare sono correlate a quelle della navata in un rapporto di "parte a tutto", simboleggiando come il sacrificio di Cristo dia senso all'intera creazione.
2. Lo Spazio della "Presenza"
Van der Laan non isolava l'altare in un'abside lontana, ma lo collocava in modo che generasse uno spazio liturgico attivo.
Il vuoto attorno: Nelle sue abbazie, come quella di Vaals, l'altare è circondato da un vuoto solenne. Questo vuoto non è assenza, ma "presenza di attesa". È lo spazio dove il mistero del sacrificio si espande verso i fedeli.
La stasi: La forma cubica o parallelepipeda dell'altare esprime una calma assoluta, una "stasi" che invita alla contemplazione del mistero del Venerdì Santo e della Resurrezione.
3. Rapporto tra Mensa e Sacrificio
Sebbene la riforma liturgica enfatizzasse l'altare come mensa (convivialità), Van der Laan mantenne forte l'idea di sacrificio (ara).
Nobile semplicità: L'assenza di tovaglie ricamate o candelieri eccessivi serve a far emergere la "nuda verità" dell'atto sacramentale. Come indicato nei suoi trattati, l'oggetto deve essere ciò che è: una pietra su cui si compie un mistero.
4. La Gerarchia dei Volumi
L'altare è spesso posto su un basamento (predella) calcolato con estrema precisione. Questa elevazione non è un segno di distanza clericale, ma una necessità teologica: il sacrificio avviene in una dimensione "altra", che però tocca la terra. L'uso della morfoteca aiutava a definire l'altezza esatta perché l'altare fosse percepito come il cuore pulsante della chiesa.
ESEMPIO: L'ABBAZIA DI SAN BENEDETTO A VAALS
L'esempio supremo per comprendere il suo metodo è l'Abbazia di San Benedetto a Vaals (Paesi Bassi), completata tra il 1961 e il 1967. È il manifesto costruito della sua teologia, dove ogni mattone risponde alle leggi del numero plastico.
VAN DER LAAN E LA TEOLOGIA DELLA BELLEZZA
La relazione tra la teoria di Van der Laan e la teologia della bellezza si fonda sul superamento del sentimento estetico a favore della verità ontologica: la bellezza non è un ornamento, ma lo "splendore dell'ordine" (splendor ordinis), come teorizzato da San Tommaso d'Aquino.
Ecco i punti cardine di questa connessione:
1. Bellezza come Claritas (Chiarezza)
Per Van der Laan, la bellezza coincide con la comprensibilità. Dio ha creato il mondo con "misura, numero e peso" (Sapienza 11,20); pertanto, un'architettura che rivela le leggi numeriche della creazione permette alla mente di elevarsi verso il Creatore. Il Numero Plastico è lo strumento che conferisce claritas alla materia, rendendo visibile l'armonia invisibile di Dio Trattati di Architettura e Liturgia.
2. La Via Pulchritudinis come Via Razionale
A differenza del barocco o del neogotico, la bellezza di Van der Laan non cerca l'emozione attraverso lo stupore, ma attraverso la pace dell'intelletto.
Contro il soggettivismo: La bellezza non è "negli occhi di chi guarda", ma nella proporzione oggettiva tra le parti.
Funzione teologica: Se lo spazio è ordinato, l'anima che lo abita può disporsi con più facilità all'ascolto della Parola. La bellezza è dunque una condizione di silenzio visivo che precede la preghiera.
3. L'Uomo come "Co-creatore"
La teologia di Van der Laan vede l'architetto come un collaboratore dell'opera divina. La natura offre la materia grezza, ma l'uomo, attraverso l'arte e la tecnica (il logos), la "battezza" trasformandola in spazio sacro. Questo processo è descritto come un atto di culto razionale, dove la bellezza emerge quando la materia obbedisce pienamente alla forma pensata da Dio.
4. Il Simbolismo della "Gerarchia"
La bellezza risiede anche nella gerarchia degli spazi. Nel suo pensiero, riflesso negli studi di Michel Remery su Van der Laan, il rapporto tra il nartece, la navata e l'altare esprime visivamente la tensione della creatura verso il Sacro. La bellezza è il risultato di questa tensione verso l'Alto resa stabile dalla pietra.
VAN DER LAAN E VON BALTHASAR
La relazione tra Hans van der Laan e Hans Urs von Balthasar non è di collaborazione diretta, ma di una profonda convergenza intellettuale su come la forma visibile riveli la gloria invisibile di Dio. Entrambi sono pilastri del recupero della bellezza come categoria teologica oggettiva nel XX secolo.
I punti di contatto principali sono:
1. Il Primato della "Forma" (Gestalt)
Per Von Balthasar, nella sua opera monumentale Gloria, la rivelazione divina avviene attraverso una forma (il Cristo) che deve essere percepita nella sua interezza e splendore.
Van der Laan applica questo concetto all'architettura: l'edificio non è un ammasso di pietre, ma una Gestalt (forma) dotata di una sua logica interna (il numero plastico) che manifesta un ordine superiore.
Convergenza: Per entrambi, la bellezza non è un sentimento soggettivo, ma la "luce" che emana da una forma proporzionata e vera.
2. La Bellezza come "Trascendentale"
Sia il monaco che il teologo si rifanno alla metafisica scolastica, vedendo la Bellezza come indissolubile dal Vero e dal Bene.
Von Balthasar avverte che una verità senza bellezza diventa una "logica fredda", e un bene senza bellezza diventa un "dovere oppressivo".
Van der Laan risponde con l'architettura: uno spazio sacro che non sia "bello" (cioè ordinato e proporzionato) fallisce nel testimoniare la verità del dogma. La sua abbazia di Vaals è la messa in pratica della "percezione della forma" balthasariana.
3. La "Claritas" e lo Splendore della Verità
Von Balthasar definisce la bellezza come lo splendor veritatis. Van der Laan traduce questo concetto in chiarezza architettonica.
In un'epoca di arte astratta o puramente funzionale, entrambi difendono l'idea che la forma debba essere leggibile. Per Van der Laan, se l'occhio non può "misurare" lo spazio (attraverso il numero plastico), la mente non può trovare riposo. Per Balthasar, se l'uomo non sa più leggere la forma del Sacro, perde la capacità di contemplare Dio.
4. Il ruolo dell'Arte nel Culto
Mentre Von Balthasar esplora come la letteratura e la musica aprano al mistero, Van der Laan si concentra sulla spazialità. Come evidenziato negli studi di Michel Remery, l'architettura di Van der Laan è la cornice fisica necessaria perché la "teodrammatica" (il rapporto tra Dio e l'uomo descritto da Balthasar) possa aver luogo durante la liturgia.
Van der Laan è stato colui che ha dato una dimensione muraria all'estetica teologica che Von Balthasar ha teorizzato sulla carta.
LA CRITICA ALLA MODERNITA'
Certamente. La critica che entrambi muovono alla modernità nasce dal timore che l'arte abbia smarrito la sua oggettività, diventando o un puro esercizio tecnico o uno sfogo dell'ego dell'artista.
Ecco i punti di convergenza nella loro critica:
1. La critica al Soggettivismo (L'arte come "espressione" vs "rivelazione")
Von Balthasar: Lamentava che l'arte moderna avesse sostituito la percezione della forma divina con l'interiorità psicologica dell'artista. Se la bellezza diventa solo "ciò che sento", il legame con la Verità si spezza.
Van der Laan: Detestava l'arbitrarietà formale. Per lui, l'architetto non deve "inventare" forme, ma "scoprire" le leggi della misura (il Numero Plastico) già insite nella natura e nel pensiero umano. Come spiega il saggio Mistero e materia, l'arte moderna è spesso "chiasso visivo" che impedisce il silenzio necessario all'incontro con Dio.
2. Il rifiuto del Funzionalismo estremo
Entrambi vedevano nel modernismo radicale (come il funzionalismo di stampo industriale) una minaccia alla dignità dell'uomo:
Balthasar avvertiva che un mondo costruito solo sulla funzione diventa un "deserto di utilità" dove la gloria di Dio non può più rifulgere.
Van der Laan criticava le chiese "garage" o "auditorium": edifici che servono a uno scopo pratico ma non hanno una natura sacramentale. L'architettura deve essere un "abito", non una "macchina per abitare".
3. La perdita della "Misura" e del Sacro
Per Von Balthasar, la bellezza richiede un limite, una cornice che renda il mistero contemplabile (il concetto di Gestalt).
Per Van der Laan, l'arte moderna ha perso la "giusta misura". O è troppo piccola (banale) o troppo monumentale (alienante). Il suo lavoro all'Abbazia di Vaals è una risposta critica: un ritorno a una bellezza monumentale ma umana, dove la semplicità non è povertà, ma massima concentrazione spirituale.
4. L'arte come "Idolo" vs "Icona"
Entrambi concordano sul fatto che l'arte moderna rischi di diventare un idolo (che ferma lo sguardo su di sé per la sua stranezza o audacia tecnica). Al contrario, l'arte cristiana deve essere un'icona (una finestra trasparente verso l'Oltre). Van der Laan realizzava spazi così spogli proprio per evitare che l'architettura si mettesse al posto di Dio, agendo invece come un supporto invisibile ma rigoroso alla liturgia.
Per entrambi la crisi dell'arte moderna è una crisi teologica: l'uomo ha smesso di guardare all'ordine del creato per guardare solo a se stesso.
LA RIFORMA LITURGICA DEL CONCILIO VATICANO II
L'influenza di Dom Hans van der Laan sulla riforma liturgica del Concilio Vaticano II è profonda, sebbene operi più sul piano dei principi architettonici che su quello dei decreti formali. Egli ha fornito il linguaggio spaziale per tradurre il concetto di actuosa participatio (partecipazione attiva).
Ecco come la sua teoria ha plasmato la nuova concezione dello spazio sacro:
1. La Chiesa come "Domus Ecclesiae"
Prima della riforma, l'enfasi era sul tempio come dimora di Dio. Van der Laan, in linea con il movimento liturgico, promuove l'idea della chiesa come spazio per l'assemblea.
L'influenza: I suoi spazi non sono direzionati solo verso un punto lontano, ma creano un senso di "comunità raccolta". La misura del Numero Plastico serve a dare una scala umana che permetta ai fedeli di sentirsi parte integrante dell'azione liturgica, non semplici spettatori.
2. Centralità dell'Altare e "Nobile Semplicità"
Il documento conciliare Sacrosanctum Concilium chiede una "nobile semplicità" per i riti e gli arredi.
L'interpretazione di Van der Laan: Egli anticipa e applica questo concetto eliminando ogni decorazione superflua. Per lui, la bellezza non deriva da fregi o statue, ma dalla proporzione stessa dei muri.
L'altare isolato: Van der Laan è stato tra i primi a progettare altari che fossero veri "centri gravitazionali" dello spazio, permettendo la celebrazione versus populum in una cornice di assoluto rigore formale, come visibile nell'Abbazia di San Benedetto a Vaals.
3. Il Percorso Liturgico (Soglia e Spazio)
La riforma ha riscoperto il valore dei segni (processioni, battesimo, proclamazione).
La Teoria della Soglia: Van der Laan teorizza l'architettura come una serie di passaggi (cortile, nartece, navata). Questo aiuta la teologia post-conciliare a sottolineare il passaggio dal "profano" al "sacro" non come una separazione netta, ma come una iniziazione graduale. Come evidenziato negli studi di Michel Remery, lo spazio diventa un "pedagogo" che educa il corpo del fedele al mistero.
4. L'integrazione totale degli arredi
Van der Laan estese la sua teoria a ogni oggetto: banchi, candelieri, paramenti e persino i caratteri tipografici dei messali. Questa visione "totale" ha influenzato il modo in cui oggi intendiamo l'adeguamento liturgico delle chiese: non basta spostare l'altare, serve che l'intero ambiente architettonico parli lo stesso linguaggio teologico.
L'AMORE DI GESU'
La relazione tra l'amore di Gesù e la teoria di Van der Laan risiede nel concetto di Incarnazione: come Dio si è fatto carne per abitare tra noi, così l'architettura deve farsi "misura" per rendere il mistero divino abitabile dall'uomo.
Ecco come la carità di Cristo si traduce nel rigore del Numero Plastico:
1. L'Architettura come atto di "Ospitalità" (Carità)
Per Van der Laan, costruire non è un esercizio di potere, ma un atto di amore verso il prossimo. Progettare uno spazio proporzionato significa offrire all'uomo un luogo dove la mente può riposare.
La relazione: Se l'amore di Gesù è accoglienza, l'architettura deve essere una "casa" che non opprime l'anima con il caos, ma la accoglie in un ordine sereno. La misura diventa quindi un gesto di carità intellettuale.
2. Il Numero Plastico come "Mediazione" (L'Umanità di Cristo)
Gesù è il mediatore tra il Padre (l'infinito) e l'umanità (il finito).
Parallelismo: Van der Laan vede lo spazio naturale come "infinito e inafferrabile". L'uomo, da solo, ne sarebbe schiacciato. Il Numero Plastico agisce come Cristo: è la "misura umana" che rende comprensibile l'infinito. Attraverso la proporzione, l'architetto "umanizza" il mondo, rendendo visibile l'amore ordinatore di Dio Trattati di Architettura e Liturgia.
3. La "Kénosis" (Spogliamento) Formale
L'amore di Gesù si manifesta nella Kénosis (lo svuotamento di sé sulla Croce).
L'applicazione: L'estetica di Van der Laan è una "estetica della povertà". Rinunciando all'ornamento e all'esibizionismo artistico, l'architetto compie un sacrificio della propria gloria per far risplendere solo la presenza di Dio. La spoglia bellezza di luoghi come l'Abbazia di Vaals riflette l'umiltà di Cristo: la pietra grezza e il cemento a vista diventano nobili perché servono il Mistero.
4. La Comunione dei Fedeli
L'amore di Gesù unisce le membra nel suo Corpo che è la Chiesa.
Lo spazio eucaristico: Van der Laan progetta la chiesa affinché la disposizione spaziale favorisca la comunione. Ogni colonna e ogni muro sono legati da rapporti armonici che riflettono l'unità dei fedeli in Cristo. Come spiegato da Michel Remery, l'edificio è il corpo visibile che permette all'amore invisibile di Cristo di fluire tra i membri dell'assemblea.
Per Van der Laan l'architettura è l'espressione tangibile del "Dio che mette la sua tenda tra noi": un atto di amore che trasforma la materia in un grembo accogliente per lo Spirito.
L'ALTARE
Per Dom Hans van der Laan, l'altare non è un semplice tavolo, ma il perno assoluto attorno a cui ruota l'intero cosmo architettonico, rappresentando fisicamente il Corpo di Cristo e il suo sacrificio.
Ecco come la sua teoria traduce il sacrificio eucaristico in forma:
1. L'Altare come "Monumento" e "Segno"
Nella visione di Van der Laan, l'altare deve distinguersi da ogni altro mobile. Mentre i banchi sono "strumenti" per l'uomo, l'altare è un monumento per Dio.
La Pietra: Utilizzava blocchi di pietra massicci e squadrati per richiamare la stabilità di Cristo, la "pietra d'angolo".
La Misura: L'altare è l'elemento che dà la scala a tutto l'edificio. Attraverso il numero plastico, le dimensioni dell'altare sono correlate a quelle della navata in un rapporto di "parte a tutto", simboleggiando come il sacrificio di Cristo dia senso all'intera creazione.
2. Lo Spazio della "Presenza"
Van der Laan non isolava l'altare in un'abside lontana, ma lo collocava in modo che generasse uno spazio liturgico attivo.
Il vuoto attorno: Nelle sue abbazie, come quella di Vaals, l'altare è circondato da un vuoto solenne. Questo vuoto non è assenza, ma "presenza di attesa". È lo spazio dove il mistero del sacrificio si espande verso i fedeli.
La stasi: La forma cubica o parallelepipeda dell'altare esprime una calma assoluta, una "stasi" che invita alla contemplazione del mistero del Venerdì Santo e della Resurrezione.
3. Rapporto tra Mensa e Sacrificio
Sebbene la riforma liturgica enfatizzasse l'altare come mensa (convivialità), Van der Laan mantenne forte l'idea di sacrificio (ara).
Nobile semplicità: L'assenza di tovaglie ricamate o candelieri eccessivi serve a far emergere la "nuda verità" dell'atto sacramentale. Come indicato nei suoi trattati, l'oggetto deve essere ciò che è: una pietra su cui si compie un mistero.
4. La Gerarchia dei Volumi
L'altare è spesso posto su un basamento (predella) calcolato con estrema precisione. Questa elevazione non è un segno di distanza clericale, ma una necessità teologica: il sacrificio avviene in una dimensione "altra", che però tocca la terra. L'uso della morfoteca aiutava a definire l'altezza esatta perché l'altare fosse percepito come il cuore pulsante della chiesa.
ESEMPIO: L'ABBAZIA DI SAN BENEDETTO A VAALS
L'esempio supremo per comprendere il suo metodo è l'Abbazia di San Benedetto a Vaals (Paesi Bassi), completata tra il 1961 e il 1967. È il manifesto costruito della sua teologia, dove ogni mattone risponde alle leggi del numero plastico.
Ecco i tratti distintivi di questa architettura:
1. L'Austerità del Materiale
L'edificio è realizzato in cemento grezzo e mattoni grigi, spesso lasciati a vista. Questa scelta non è dettata da un gusto brutallista, ma dalla volontà di far sparire la "decorazione" per far emergere la proporzione. La bellezza qui non è nel colore, ma nel ritmo delle ombre e dei volumi.
2. La Chiesa come "Città murata"
L'abbazia si presenta come un complesso chiuso, simile a un'antica cittadella.
L'ingresso: Non si entra direttamente nel sacro, ma attraverso un atrio (nartece) che funge da soglia psicologica e fisica, separando il rumore del mondo dal silenzio di Dio.
Il ritmo delle finestre: Le aperture non sono disposte per offrire "panorami", ma per far cadere la luce in modo ritmato, creando una sequenza di pieni e vuoti che l'occhio può misurare razionalmente.
3. L'Aula Liturgica
All'interno, la chiesa è una vasta sala rettangolare definita da colonne monumentali prive di capitelli.
Il rapporto 3:4: Le proporzioni tra altezza, larghezza e profondità seguono rigorosamente il sistema del Numero Plastico, creando una sensazione di pace assoluta che molti visitatori definiscono "musicale".
L'altare: È un massiccio blocco di pietra isolato, posto in una posizione che domina lo spazio senza schiacciarlo, fungendo da perno per l'intera assemblea.
4. Il Design Totale
Van der Laan non si limitò ai muri. Per l'abbazia progettò ogni dettaglio seguendo la stessa scala proporzionale:
I banchi dei monaci (in legno scuro, dalle linee essenziali).
Le lampade e i candelieri in metallo martellato.
Persino il pavimento in pietra riflette il reticolo geometrico dell'intero edificio.
L'effetto finale è quello di un'architettura che non parla di sé, ma "fa spazio" alla presenza di Dio. È un'opera che incarna perfettamente il concetto di "nobile semplicità" richiesto dal Concilio Vaticano II.
LA LUCE
Nell'Abbazia di Vaals, la luce non è un elemento decorativo, ma un materiale da costruzione vero e proprio che Dom Hans van der Laan utilizza per "rivelare" lo spazio e il tempo della preghiera.
Ecco come viene manipolata teologicamente:
1. La Luce come "Strumento di Misura"
Per Van der Laan, la luce ha il compito di rendere visibile la tridimensionalità.
Luce radente: Le finestre sono spesso collocate in profondi recessi murari. Questo fa sì che la luce colpisca le superfici con un'angolazione che esalta la matericità del mattone e la profondità delle nicchie.
La lettura del Numero Plastico: Senza il contrasto tra luce e ombra, l'occhio non potrebbe percepire i rapporti proporzionali tra i volumi. La luce è ciò che permette all'intelletto di "misurare" lo spazio sacro e di trovarvi ordine Dom Hans van der Laan Foundation.
2. Il "Silenzio Visivo"
A differenza delle cattedrali gotiche con vetrate colorate che creano un'atmosfera mistica e "piena", la luce di Van der Laan è chiara e incolore.
Astrazione: L'uso di vetri trasparenti o smerigliati evita distrazioni dal mondo esterno. La luce deve essere "pura" per non sovrapporsi al mistero liturgico.
L'ombra come spazio di preghiera: Non tutto è illuminato. Van der Laan usa ampie zone di penombra per creare un senso di raccoglimento, lasciando che la luce guidi lo sguardo solo verso ciò che conta: l'altare e l'ambone.
3. La Gerarchia Luminosa
La luce segue la gerarchia dello spazio liturgico:
La Navata: Riceve una luce ritmata dalle finestre laterali, che scandiscono il tempo del cammino del fedele.
Il Presbiterio: Spesso gode di una fonte luminosa più intensa o zenitale, che eleva simbolicamente l'area del sacrificio. Questo crea una tensione visiva che attira l'assemblea verso il centro dell'azione eucaristica, riflettendo la Teologia della Luce tipica del movimento liturgico.
4. Il Tempo Liturgico
Essendo un monaco, Van der Laan sapeva che la chiesa viene vissuta dall'alba al tramonto. Le aperture sono studiate per far sì che il sole, muovendosi, muti la percezione dei volumi durante le diverse ore dell'ufficio monastico (Lodi, Ora Sesta, Vespro), rendendo l'edificio un organismo vivente che prega insieme ai monaci.
ARCHITETTURA E CANTO GREGORIANO
Per Van der Laan, il canto gregoriano e l'architettura sono due facce della stessa medaglia: uno misura il tempo, l'altra misura lo spazio. Entrambi servono a creare un vuoto "abitabile" dall'amore di Dio.
Ecco la profonda connessione tra il suono e la pietra nelle sue opere:
1. Proporzione Numerica e Intervalli Musicali
Proprio come il Numero Plastico stabilisce i rapporti tra i volumi, il canto gregoriano si basa su intervalli precisi.
Van der Laan vedeva nel ritmo del gregoriano (che non ha un tempo battuto costante come la musica moderna) il riflesso del ritmo delle sue colonne e finestre.
C'è una corrispondenza matematica tra la lunghezza di una navata e la durata di un melisma: entrambi devono dare alla mente il tempo di "assimilare" la forma.
2. L'Acustica come "Luce Sonora"
Nelle abbazie come quella di Vaals, le pareti in cemento e mattone non sono rivestite.
Il Riverbero: La durezza dei materiali crea un riverbero naturale che sostiene la voce monodica (una sola voce).
La Funzione: In questo spazio, il suono non "rimbalza" in modo caotico, ma viene amplificato dalle proporzioni stesse della sala, che agisce come la cassa di risonanza di uno strumento. Il silenzio tra una nota e l'altra è identico allo spazio d'ombra tra due finestre.
3. Monodia e Unità teologica
Il canto gregoriano è rigorosamente monodico (un'unica melodia senza armonie complesse).
Questa "nuda semplicità" sonora è l'esatto equivalente della spoglia architettura di Van der Laan.
Il significato: Entrambi rifiutano il "superfluo" per concentrarsi sull'essenziale. Come il gregoriano spoglia la parola per rivelarne il senso sacro, l'architettura spoglia la pietra per rivelarne la sacralità spaziale.
4. Il Corpo che Canta nello Spazio
Come approfondito negli studi di Michel Remery, per Van der Laan l'uomo prega con tutto il corpo.
La luce guida lo sguardo, l'architettura posiziona il corpo, e il canto gregoriano "fa vibrare" lo spazio.
Quando i monaci cantano nel coro, la loro voce riempie esattamente il volume d'aria calcolato con il numero plastico, creando una sintesi perfetta tra liturgia, udito e vista.
In sintesi, entrare in una chiesa di Van der Laan durante un ufficio cantato significa vedere la musica e ascoltare l'architettura.
I PARAMENTI LITURGICI
Per Dom Hans van der Laan, l’abito è la "prima architettura" che riveste l’uomo, il tramite necessario tra il corpo e lo spazio dell'edificio.
Ecco come applicò la sua teoria ai paramenti liturgici e alle cappe monastiche:
1. L'Abito come "Misura" del Corpo
Van der Laan applicava il Numero Plastico anche al taglio dei tessuti.
Proporzione: Le dimensioni delle maniche, la larghezza della casula e la lunghezza della cappa non erano dettate dalla moda, ma dal rapporto armonico con l'altezza della persona e, di riflesso, con le dimensioni della chiesa.
Continuità visiva: Quando i monaci entravano nel coro dell'Abbazia di Vaals, i loro abiti dovevano apparire come "colonne viventi". Il tessuto non doveva drappeggiare in modo casuale, ma cadere con un peso e una forma che richiamassero la stabilità delle pareti.
2. Il Colore e la Materia
Rifiutava i tessuti sintetici o eccessivamente lucidi, così come i ricami figurativi.
Colori Primordiali: Prediligeva tinte piene e opache (grigi, bruni, bianchi naturali) che interagissero correttamente con la luce naturale dell'abbazia.
La Trama: Il tessuto doveva avere una consistenza tattile — come la lana grezza — che esprimesse la verità della materia, proprio come il mattone a vista esprimeva la verità del muro.
3. La "Nobile Semplicità" del Paramento
In linea con la riforma liturgica, Van der Laan disegnò paramenti che eliminavano ogni orpello barocco per tornare alla forma originaria della casula a cerchio o a scudo.
Astrazione sacra: L'abito non doveva attirare l'attenzione sulla bellezza del sarto, ma sull'autorità del rito. Come spiegato nei suoi Trattati, l'abito liturgico serve a "nascondere" l'individuo per far emergere il ministro di Cristo.
4. L'Alfabeto e la Tipografia
L'armonia era così totale che Van der Laan progettò persino un carattere tipografico, l'Alphabetum Romanum, basato sulle proporzioni delle epigrafi romane ma corretto secondo il Numero Plastico. Questo carattere veniva usato nei messali e nelle iscrizioni sulle pietre tombali dei monaci, affinché anche la Parola scritta avesse la stessa "forma" della chiesa.
In questa visione, tutto — dal mattone al calice, dal canto al vestito — concorre a creare un'unica opera d'arte totale che celebra la Gloria di Dio.
1. L'Austerità del Materiale
L'edificio è realizzato in cemento grezzo e mattoni grigi, spesso lasciati a vista. Questa scelta non è dettata da un gusto brutallista, ma dalla volontà di far sparire la "decorazione" per far emergere la proporzione. La bellezza qui non è nel colore, ma nel ritmo delle ombre e dei volumi.
2. La Chiesa come "Città murata"
L'abbazia si presenta come un complesso chiuso, simile a un'antica cittadella.
L'ingresso: Non si entra direttamente nel sacro, ma attraverso un atrio (nartece) che funge da soglia psicologica e fisica, separando il rumore del mondo dal silenzio di Dio.
Il ritmo delle finestre: Le aperture non sono disposte per offrire "panorami", ma per far cadere la luce in modo ritmato, creando una sequenza di pieni e vuoti che l'occhio può misurare razionalmente.
3. L'Aula Liturgica
All'interno, la chiesa è una vasta sala rettangolare definita da colonne monumentali prive di capitelli.
Il rapporto 3:4: Le proporzioni tra altezza, larghezza e profondità seguono rigorosamente il sistema del Numero Plastico, creando una sensazione di pace assoluta che molti visitatori definiscono "musicale".
L'altare: È un massiccio blocco di pietra isolato, posto in una posizione che domina lo spazio senza schiacciarlo, fungendo da perno per l'intera assemblea.
4. Il Design Totale
Van der Laan non si limitò ai muri. Per l'abbazia progettò ogni dettaglio seguendo la stessa scala proporzionale:
I banchi dei monaci (in legno scuro, dalle linee essenziali).
Le lampade e i candelieri in metallo martellato.
Persino il pavimento in pietra riflette il reticolo geometrico dell'intero edificio.
L'effetto finale è quello di un'architettura che non parla di sé, ma "fa spazio" alla presenza di Dio. È un'opera che incarna perfettamente il concetto di "nobile semplicità" richiesto dal Concilio Vaticano II.
LA LUCE
Nell'Abbazia di Vaals, la luce non è un elemento decorativo, ma un materiale da costruzione vero e proprio che Dom Hans van der Laan utilizza per "rivelare" lo spazio e il tempo della preghiera.
Ecco come viene manipolata teologicamente:
1. La Luce come "Strumento di Misura"
Per Van der Laan, la luce ha il compito di rendere visibile la tridimensionalità.
Luce radente: Le finestre sono spesso collocate in profondi recessi murari. Questo fa sì che la luce colpisca le superfici con un'angolazione che esalta la matericità del mattone e la profondità delle nicchie.
La lettura del Numero Plastico: Senza il contrasto tra luce e ombra, l'occhio non potrebbe percepire i rapporti proporzionali tra i volumi. La luce è ciò che permette all'intelletto di "misurare" lo spazio sacro e di trovarvi ordine Dom Hans van der Laan Foundation.
2. Il "Silenzio Visivo"
A differenza delle cattedrali gotiche con vetrate colorate che creano un'atmosfera mistica e "piena", la luce di Van der Laan è chiara e incolore.
Astrazione: L'uso di vetri trasparenti o smerigliati evita distrazioni dal mondo esterno. La luce deve essere "pura" per non sovrapporsi al mistero liturgico.
L'ombra come spazio di preghiera: Non tutto è illuminato. Van der Laan usa ampie zone di penombra per creare un senso di raccoglimento, lasciando che la luce guidi lo sguardo solo verso ciò che conta: l'altare e l'ambone.
3. La Gerarchia Luminosa
La luce segue la gerarchia dello spazio liturgico:
La Navata: Riceve una luce ritmata dalle finestre laterali, che scandiscono il tempo del cammino del fedele.
Il Presbiterio: Spesso gode di una fonte luminosa più intensa o zenitale, che eleva simbolicamente l'area del sacrificio. Questo crea una tensione visiva che attira l'assemblea verso il centro dell'azione eucaristica, riflettendo la Teologia della Luce tipica del movimento liturgico.
4. Il Tempo Liturgico
Essendo un monaco, Van der Laan sapeva che la chiesa viene vissuta dall'alba al tramonto. Le aperture sono studiate per far sì che il sole, muovendosi, muti la percezione dei volumi durante le diverse ore dell'ufficio monastico (Lodi, Ora Sesta, Vespro), rendendo l'edificio un organismo vivente che prega insieme ai monaci.
ARCHITETTURA E CANTO GREGORIANO
Per Van der Laan, il canto gregoriano e l'architettura sono due facce della stessa medaglia: uno misura il tempo, l'altra misura lo spazio. Entrambi servono a creare un vuoto "abitabile" dall'amore di Dio.
Ecco la profonda connessione tra il suono e la pietra nelle sue opere:
1. Proporzione Numerica e Intervalli Musicali
Proprio come il Numero Plastico stabilisce i rapporti tra i volumi, il canto gregoriano si basa su intervalli precisi.
Van der Laan vedeva nel ritmo del gregoriano (che non ha un tempo battuto costante come la musica moderna) il riflesso del ritmo delle sue colonne e finestre.
C'è una corrispondenza matematica tra la lunghezza di una navata e la durata di un melisma: entrambi devono dare alla mente il tempo di "assimilare" la forma.
2. L'Acustica come "Luce Sonora"
Nelle abbazie come quella di Vaals, le pareti in cemento e mattone non sono rivestite.
Il Riverbero: La durezza dei materiali crea un riverbero naturale che sostiene la voce monodica (una sola voce).
La Funzione: In questo spazio, il suono non "rimbalza" in modo caotico, ma viene amplificato dalle proporzioni stesse della sala, che agisce come la cassa di risonanza di uno strumento. Il silenzio tra una nota e l'altra è identico allo spazio d'ombra tra due finestre.
3. Monodia e Unità teologica
Il canto gregoriano è rigorosamente monodico (un'unica melodia senza armonie complesse).
Questa "nuda semplicità" sonora è l'esatto equivalente della spoglia architettura di Van der Laan.
Il significato: Entrambi rifiutano il "superfluo" per concentrarsi sull'essenziale. Come il gregoriano spoglia la parola per rivelarne il senso sacro, l'architettura spoglia la pietra per rivelarne la sacralità spaziale.
4. Il Corpo che Canta nello Spazio
Come approfondito negli studi di Michel Remery, per Van der Laan l'uomo prega con tutto il corpo.
La luce guida lo sguardo, l'architettura posiziona il corpo, e il canto gregoriano "fa vibrare" lo spazio.
Quando i monaci cantano nel coro, la loro voce riempie esattamente il volume d'aria calcolato con il numero plastico, creando una sintesi perfetta tra liturgia, udito e vista.
In sintesi, entrare in una chiesa di Van der Laan durante un ufficio cantato significa vedere la musica e ascoltare l'architettura.
I PARAMENTI LITURGICI
Per Dom Hans van der Laan, l’abito è la "prima architettura" che riveste l’uomo, il tramite necessario tra il corpo e lo spazio dell'edificio.
Ecco come applicò la sua teoria ai paramenti liturgici e alle cappe monastiche:
1. L'Abito come "Misura" del Corpo
Van der Laan applicava il Numero Plastico anche al taglio dei tessuti.
Proporzione: Le dimensioni delle maniche, la larghezza della casula e la lunghezza della cappa non erano dettate dalla moda, ma dal rapporto armonico con l'altezza della persona e, di riflesso, con le dimensioni della chiesa.
Continuità visiva: Quando i monaci entravano nel coro dell'Abbazia di Vaals, i loro abiti dovevano apparire come "colonne viventi". Il tessuto non doveva drappeggiare in modo casuale, ma cadere con un peso e una forma che richiamassero la stabilità delle pareti.
2. Il Colore e la Materia
Rifiutava i tessuti sintetici o eccessivamente lucidi, così come i ricami figurativi.
Colori Primordiali: Prediligeva tinte piene e opache (grigi, bruni, bianchi naturali) che interagissero correttamente con la luce naturale dell'abbazia.
La Trama: Il tessuto doveva avere una consistenza tattile — come la lana grezza — che esprimesse la verità della materia, proprio come il mattone a vista esprimeva la verità del muro.
3. La "Nobile Semplicità" del Paramento
In linea con la riforma liturgica, Van der Laan disegnò paramenti che eliminavano ogni orpello barocco per tornare alla forma originaria della casula a cerchio o a scudo.
Astrazione sacra: L'abito non doveva attirare l'attenzione sulla bellezza del sarto, ma sull'autorità del rito. Come spiegato nei suoi Trattati, l'abito liturgico serve a "nascondere" l'individuo per far emergere il ministro di Cristo.
4. L'Alfabeto e la Tipografia
L'armonia era così totale che Van der Laan progettò persino un carattere tipografico, l'Alphabetum Romanum, basato sulle proporzioni delle epigrafi romane ma corretto secondo il Numero Plastico. Questo carattere veniva usato nei messali e nelle iscrizioni sulle pietre tombali dei monaci, affinché anche la Parola scritta avesse la stessa "forma" della chiesa.
In questa visione, tutto — dal mattone al calice, dal canto al vestito — concorre a creare un'unica opera d'arte totale che celebra la Gloria di Dio.
Nessun commento:
Posta un commento