mercoledì, giugno 18, 2025

Romano Guardini: i santi segni, di Guidalberto Bormolini

  
ROMANO GUARDINI: I SANTI SEGNI 
Santificazione di spazio e tempo nella liturgia e nel tempio cristiano 

di Guidalberto Bormolini




«Viviamo in un mondo di segni ma abbiamo perduto la realtà da essi significata»1. Questa considerazione di Romano Guardini si riferisce in modo particolare alla simbologia dello spazio sacro -il tempio cristiano- e del tempo liturgico. Dall'epoca in cui un'architettura cristiana e una vera e propria liturgia poterono svilupparsi osserva il nostro autore- l'edificio di culto e le sue singole parti andarono via via arricchendosi di significati simbolici. Rari erano, in questi due ambiti, gli elementi che non rimandassero a un significato più profondo. La venuta di Cristo nella storia sembrava doversi celebrare costruendo qualcosa che santificasse il tempo e lo spazio: le dimensioni della storicità in cui il cristianesimo stesso è incarnato. L'edificio di culto, il tempio cristiano, e il tempo liturgico, sono i due strumenti di cui la Chiesa si è servita per ottenere questa santificazione. Queste realtà sono rimaste profondamente radicate nella coscienza individuale e collettiva della cristianità fino ai tempi moderni. Nuove filosofie e nuove scoperte hanno lentamente svuotato di significato questo desiderio di santificazione che nell'antichità aveva saputo creare opere meravigliose. La modernità ha dato il via a un vero e proprio "disfacimento", dice Guardini2. A causa di questo disfacimento i "segni" del tempio e della liturgia sono stati spesso privati del loro significato, pur continuando a circondare la nostra esistenza. Le epoche passate invece seppero conservare un legame tra il segno e la realtà, allora il segno conservava la sua efficacia immediata, agiva direttamente sul popolo di Dio. Sono cose che ognuno ha potuto verificare nella propria esperienza personale. Basti pensare, nel campo dell'architettura, alla profondità delle chiese romaniche e alla maestosità delle cattedrali gotiche, che ancora oggi sono capaci di lasciarci a bocca aperta: «Nelle sue cattedrali [del Medioevo] noi sperimentiamo con penosa vergogna l'immensa superiorità di quest'epoca che solo la presunzione illuministica ha potuto chiamare oscura»3. La perdita di senso denunciata dal nostro autore ha inciso talvolta negativamente sulla stessa liturgia e sulla costruzione dell'edificio sacro. Romano Guardini si è sentito ferito da questa realtà "svuotata" e ha voluto ritornare alle fonti, ravvivare i "santi segni" che vedeva sviliti. In questo modo si è riallacciato all'antica tradizione rinnovandola e riattualizzandola per la nostra epoca. Non si tratta di attaccarsi a un tradizionalismo vuoto che desidera ripetere pedissequamente ciò che è stato già fatto. L'antichità stessa non ci ha dato questo esempio, evolvendosi continuamente in forme originali, eppure sempre inserite nell'alveo di un unico fiume che, pur restando lo stesso, porta acque sempre nuove. Nella sua opera I santi segni Guardini ha saputo far rivivere il pensiero cristiano tradizionale in un linguaggio più attuale. Riepilogando in modo sintetico alcuni concetti della tradizione sulla santificazione dello spazio e del tempo, vedremo come essi sono ancora vivi e presenti nel pensiero di Romano Guardini. 


1. Mondo materiale e mondo spirituale 

La tradizione cristiana si è sempre opposta alle concezioni dualistiche: non ha mai voluto contrapporre in modo radicale il mondo materiale -negativo- alla realtà dello spirito. La stessa tradizione, in campo antropologico, considera l'uomo spirito incarnato, motivo per il quale si ritiene che anche il corpo sia coinvolto nel cammino verso la Salvezza4. Fondati in questa tradizione, molti Padri ritenevano che la portata dell'evento salvifico di Cristo fosse tale da coinvolgere tutto il cosmo, che si evolve insieme all'uomo. Il cosmo stesso infatti è una manifestazione di realtà invisibili che possono rimandare direttamente a Dio, insegnamento fondato sull'autorità dell'Apostolo: «Paolo...ci dimostra che questo mondo visibile ci fa conoscere il mondo invisibile [Cfr. Rm 1,20] e che questa nostra terra posta in basso contiene immagini di realtà celesti: così da ciò che è in basso possiamo salire a ciò che sta in alto e da ciò che vediamo in terra possiamo avere conoscenza e comprensione di ciò che sta nei cieli»5. In epoca patristica era diffusa la concezione di un mondo unitario, di una realtà spirituale strettamente collegata a quella materiale. Questo aiuta anche a comprendere la reale portata dell'edificio sacro e della liturgia, che nella concezione antica erano realtà veramente in collegamento con i relativi corrispondenti spirituali; attraverso queste realtà materiali si poteva avere accesso a quelle superiori. Massimo il Confessore scrive: 

Il mondo è uno...Infatti il mondo spirituale nella sua totalità si manifesta nella totalità del mondo sensibile, ed è misticamente espresso mediante immagini simboliche, per coloro che hanno occhi per vedere. E tutto intero il mondo sensibile lascia segretamente trasparire tutto l'intero mondo spirituale, semplificato e unificato per mezzo delle essenze spirituali...Così parla l'Apostolo divino: Fin dalla creazione del mondo, le cose invisibili di Dio sono contemplate dall'intelletto attraverso le creature [Rm 1,20]. Se attraverso le cose visibili sono contemplate le cose invisibili, in misura molto maggiore le cose visibili sono approfondite attraverso le invisibili da coloro che si dedicano alla contemplazione. Infatti la contemplazione simbolica delle cose spirituali attraverso le cose visibili non è altro che la comprensione, nello Spirito, delle cose visibili attraverso le invisibili6. 

Lo stesso pensiero si è tramandato fino a san Bernardo di Chiaravalle che commentando san Paolo (Rm 1,20) dice: «Questo mondo sensibile è come un libro aperto a tutti e legato da una catena così che vi si possa leggere la sapienza di Dio, qualora lo si desideri»7.  Vi è quindi una sapienza interna al cosmo che bisogna saper penetrare. Però, dicevamo, l'intero creato ha bisogno di crescere e partecipare alla crescita dell'umanità, alla quale è in qualche modo collegato: «A causa della cattiveria [degli uomini] la terra è stata maledetta»8. Ma se il creato ha sofferto molto a causa nostra, pensa il Crisostomo, «non è stato trattato ingiustamente, poiché diventerà di nuovo incorruttibile a causa nostra»9. E' compito quindi dell'uomo contribuire alla santificazione completa del cosmo, attraverso le sue dimensioni fondamentali: lo spazio e il tempo. 


2. La santificazione dello spazio 

L'edificio sacro fin dalla più remota antichità è stato lo strumento privilegiato per la santificazione dello spazio. Il Cristianesimo ha voluto che la chiesa, il luogo di culto, non fosse un semplice edificio funzionale alla riunione dei fedeli. Sin da quando si cominciarono a edificare veri e propri luoghi per il culto liturgico -a partire dal termine delle persecuzioni imperiali- questi ebbero caratteristiche ben precise che mostrano la volontà di inserire e orientare il tempio nella realtà cosmica che lo circonda. L'edificio sacro è cosmico nel senso che è fatto a imitazione del mondo. «La chiesa è l'immagine del mondo»10, dice san Pier Damiani. Questo concetto non si riferisce solo al fatto che negli edifici antichi si usava rappresentare, sui muri e sulle colonne, il cielo e la terra, gli animali e le piante, il lavoro dell'uomo e le stagioni. Si intende che il tempio «è ancor di più un'immagine "strutturale", che riproduce la struttura intima e matematica dell'universo»11. Non a caso infatti l'edificio di culto è "orientato", perché segue la struttura del cosmo stesso, ordinato su due assi. Si tratta di un costume veramente antico, come testimoniano le Costituzioni Apostoliche che imponevano l'orientazione delle chiese verso l'Est12. Questo era l'orientamento della preghiera: «Considerato che vi sono quattro punti cardinali, il Nord, il Sud, l'Occidente e l'Oriente, chi non riconoscerà immediatamente che l'Oriente significa con tutta evidenza che dobbiamo pregare verso questo lato che è il simbolo dell'anima rivolta verso l'alzarsi della vera Luce?»13, vera Luce che è Cristo. Nelle chiese copte le quattro pareti hanno quattro ingressi che sono espressamente identificati nei quattro punti cardinali14. Anche nelle chiese bizantine le quattro parti in cui è diviso l'interno della chiesa simbolizzano i quattro punti cardinali. L'interno della chiesa è l'Universo. L'altare collocato a Est è il Paradiso. Il lato opposto, l'Occidente, simboleggia il mondo delle tenebre. Il percorso che il cristiano compie nella chiesa simboleggia quello della sua esperienza religiosa: dalla tenebre alla luce. Secondo lo storico delle religioni M. Eliade: «in quanto immagine del Cosmo la chiesa bizantina incarna e al tempo stesso santifica il mondo»15. Le stesse figure di base dell'edificio sacro avevano un preciso significato simbolico di carattere cosmico. Le due figure geometriche principalmente utilizzate per l'edificio sacro sono il quadrato (o il rettangolo che ne è uno sviluppo) e il cerchio. Jean Hani spiega che «il cerchio è la forma del cielo, in particolare dell'attività del cielo, strumento dell'Attività Divina che regola la vita sulla terra di cui la figura è un quadrato perché, relativamente all'uomo, la terra è in qualche modo immobile, passiva e offerta all'attività del cielo»16 . Quindi il tempio cristiano rappresenta spazialmente anche l'alto e il basso, la terra e il cielo, che simbolicamente sono l'inizio e la meta della crescita spirituale. Clemente Alessandrino afferma che da Dio, “cuore dell'Universo”, partono tutte le estensioni: le quattro direzioni orizzontali, l'alto e il basso: «Dirigendo il suo sguardo verso queste sei estensioni come verso un numero sempre uguale, Egli porta a termine il mondo; Egli è l'inizio e la fine; in Lui si compiono le sei fasi del tempo, e da Lui queste ricevono la loro estensione indefinita: questo è il segreto del numero Sette»17. Il rapporto del cerchio col quadrato, della sfera col cubo, sono appunto il fondamento dell'antica architettura sacra cristiana. La cupola appoggiata sulla navata rappresenta il cielo "appoggiato" sopra la terra e questa è la ragione per cui spesso le cupole erano dipinte di blu e disseminate di stelle. In pianta, la navata che termina con l'abside circolare, oppure il portale sormontato dall'arco, o il ciborio, hanno lo stesso significato18. L'edificio sacro appare quindi come il luogo dove terra e cielo si incontrano, il tabernacolo di Dio tra gli uomini, come ben ci illustra san Massimo il Confessore nel suo Poema su Santa Sofia di Edessa: 

E' cosa davvero mirabile che, nella sua piccolezza [questo tempio] sia simile al vasto mondo... Ecco che la sua copertura è tesa come i cieli: senza colonne, incurvata e chiusa; e inoltre [essa è] ornata da mosaici d'oro come il firmamento lo è da stelle brillanti. Ed ecco che la sua cupola elevata è comparabile al cielo dei cieli. E, simile ad un elmo, la sua parte superiore riposa solidamente su quella inferiore. I suoi archi, vasti e splendenti, rappresentano le quattro parti del mondo; assomigliano inoltre, per la varietà di colori, all'arco glorioso delle nuvole19. 

In conclusione, la chiesa, essendo una croce cardinale orientata e centrata, posta come simbolo del collegamento tra cielo e terra, santifica continuamente il mondo poiché essa lo rappresenta e lo contiene: «Essa è l'omphalos [ombelico] della città sulla quale splende, come la cattedrale è l'omphalos della diocesi, la primaziale quello della nazione e la basilica pontificia quello dell'universo»20. 


3. La santificazione del tempo 

Quanto abbiamo visto sopra nell'ordine spaziale vale anche nell'ordine temporale. Le realtà dello spazio e del tempo sono infatti strettamente collegate tra loro. Ad esempio l'orientamento del tempio sulle quattro direttrici dei punti cardinali lo fa corrispondere contemporaneamente alle quattro divisioni dell'anno: le stagioni. All'Est corrisponde la primavera, al Sud l'estate, all'Ovest l'autunno e al Nord l'inverno21. Inoltre, le grandi cattedrali medievali hanno in ogni lato tre porte, che nella parete absidale sono sostituite da tre grandi vetrate. Ognuna delle dodici aperture corrisponde a un segno dello zodiaco, ogni gruppo di tre a una stagione22. Anche l'ordine delle vetrate sui quattro lati è studiato in maniera tale da risultare in armonia con il ritmo solare che scandisce il trascorrere della giornata23. Le stesse figure di Cristo e degli apostoli nella tradizione primitiva erano collegate a un simbolismo temporale: Cristo è il giorno e gli apostoli le dodici ore del giorno, oppure Cristo il Sole e gli apostoli i dodici segni dello zodiaco24 . Ma lo strumento privilegiato per la santificazione del tempo è la liturgia. Come tutto lo spazio è sintetizzato nell'edificio sacro che diventa la sintesi del cosmo, così il tempo viene completamente compreso nel Tempo liturgico. Il rito «trasforma il tempo profano, il tempo dell'uomo peccatore, in un tempo sacro che è già virtualmente al di là del tempo»25. Ciò che il rito dovrebbe operare nell'individuo è la sua elevazione al di sopra del tempo, dandogli la capacità di operare una ricapitolazione della storia del mondo, dalle origini alla fine. Questo è possibile, come dice Cirillo di Gerusalemme, «per mezzo dello spirito di profezia, cioè dell'intelligenza spirituale della storia [con cui] l'uomo, malgrado la sua esiguità, vede l'inizio e la fine del cosmo e il circolo del tempo e la successione degli imperi»26. Lo spirito profetico, che è potenziale carisma di ogni cristiano, mette l'uomo in una prospettiva temporale tutta particolare, lo libera dal tempo. Questo avviene soprattutto nel momento liturgico "riattualizzando" la vita di Cristo. In un certo senso l'anno liturgico è riattualizzazione continua della Sua vita che può portare a una rigenerazione spirituale del fedele. Attraverso la ripetizione del rituale l'uomo diventa in qualche modo contemporaneo di Cristo, è progressivamente incorporato ai suoi misteri. La santificazione del tempo è stata infatti operata in primo luogo dal Verbo in forza del mistero dell'incarnazione: l'Infinito si è inserito fin nel suo opposto più lontano, il finito, assumendone tutte le condizioni, tra le quali il tempo. La liturgia annuale può divenire quindi un "sacramento del tempo"27, dando a questo il significato nuovo che gli ha attribuito la manifestazione del Verbo e permettendo così all'uomo di riscattarlo. 


4. Alcuni valori simbolici del tempio e della liturgia nella tradizione 

Proviamo ad illustrare il valore simbolico attribuito ad alcuni "segni" del tempio evitando quelli, come l'altare, il cui valore simbolico è certo più noto. 

La scala 
Nella concezione tradizionale l'idea della crescita spirituale è sempre rappresentata come una crescita "verso l'alto". Sono vari i simboli che vogliono rappresentare questo cammino dell'uomo verso il cielo: il pilastro, la colonna, l'albero, la montagna, oppure la scala28. Il simbolismo della scala era già noto nell'Antico Testamento a partire da Giacobbe. Quando ad Harran gli apparve in sogno la scala che portava al cielo, sulla quale gli angeli salivano e scendevano, udì il Signore che dall'alto gli diceva: «Io sono il Signore, il Dio di Abramo!». Allora si risvegliò pieno di paura e gridò: «Quanto è terribile questo luogo! Qui è proprio la casa di Dio, questa è la Porta del Cielo!» (Gn 28,12). La scala quindi rappresenta sia la via di accesso alla "porta dei cieli", sia la comunicazione di Grazia dal cielo verso la terra29. La tradizione mistica insegna infatti che il cammino spirituale è segnato da alcune tappe precise, ben espresse dall'idea dei gradini della scala: sono i cosiddetti gradi della crescita30. Nell'edificio sacro quindi i gradini, sia quelli prima del portale, che rappresenta l'accesso a un mondo superiore, sia quelli davanti all'altare, cuore del tempio cristiano, vogliono avere questo significato. Secondo Evdokimov la consacrazione stessa del tempio «lo trasforma in luogo specifico della teofania...in montagna santa, in centro cosmico e scala di Giacobbe»31. Il tempio in sé era quindi visto come una scala che conduce ai regni celesti. 

La porta 
La sacralità del passaggio e della porta era evidenziata, nel simbolismo architettonico, da una sorta di "guardiani della soglia": statue di arcieri, draghi, leoni o sfingi. Lo spazio consacrato del tempio caratterizza una certa superficie: «la separa dall'area profana, la purifica»32 . L'ingresso in questo santo recinto simboleggia qualcosa di prodigioso: attraverso la porta si passa da un mondo a un altro. Il portale infatti diviene un riassunto di tutto il tempio33, ma il tempio stesso nel suo insieme è una porta che si apre sul cielo di Dio34. Il portale raffigura sinteticamente il tempio sia per la sua funzione, sia attraverso la sua forma geometrica: è composto da un rettangolo sormontato da un arco a rappresentare il punto di incontro tra terra e cielo. Il significato cosmico del portale è evidenziato dalle decorazioni che lo contornano: molto spesso vi sono rappresentate le stagioni, coi relativi mestieri, o i segni dello zodiaco35. Altro motivo simbolico, spesso riportato nel timpano, è quello del Cristo, Sole di Giustizia36, affiancato da san Giovanni Battista e san Giovanni Evangelista, le cui feste cadono appunto nella vicinanza dei solstizi37. Attraversarlo simboleggia il nostro passaggio a una vita nuova, come osserva P. Evdokimov: «L'uomo vecchio muore alla soglia del tempio, mentre l'uomo nuovo, risuscitato con Cristo, entra e sta nel tempio della Gloria»38. La porta infatti è Cristo stesso: «Io sono la Porta da cui entrano le pecore...Io sono la Porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo» (Gv 10, 7-9). Una bella preghiera di Guglielmo di Saint-Thierry suggerisce il senso mistico di questo attraversare la porta: «Oh!, tu che hai detto: "io sono la Porta", mostraci di quale dimora sei la Porta, in quale momento e a chi Tu la apri. La Casa di cui Tu sei la Porta è il Cielo che abita il Tuo Padre»39 . 

L'acquasantiera 
Abbiamo visto sopra come entrare nell'edificio sacro non fosse un gesto "qualsiasi", ma coinvolgesse in profondità la persona. Per poter penetrare in questo mondo sacro l'uomo deve subire una mondatura, una sorta di battesimo. Segnarsi con l'acqua benedetta dell'acquasantiera riattualizza, in un certo qual modo, il rito dell'iniziazione cristiana40. Per questa ragione, in origine, l'acquasantiera, che spesso era una vera e propria fontana, era posta all'esterno della chiesa, affinché la purificazione precedesse l'ingresso nel tempio. Fino a tempi relativamente recenti era molto spesso a forma di conchiglia per ricordare il significato rigeneratore dell'acqua benedetta. Le grandi conchiglie, al pari della vasca, richiamano l'utero e, come tutto il simbolismo acquatico, l'idea di purificazione e rinascita. Infatti per sant' Efrem il Siro e san Macario la conchiglia e la perla evocano direttamente il battesimo41 . La forma dell'acquasantiera ha quindi lo scopo di sottolineare l'efficacia del rito, rievocando quell'"utero della generazione" che è il Sacramento del Battesimo come lo definisce Dionigi lo pseudo-areopagita42. L'acqua è un simbolo di rinascita ben noto e immediato nella nostra tradizione. Tertulliano scrive che l'acqua è stata «il trono dello Spirito divino che la preferì allora agli altri elementi...Questa prima acqua partorì la cosa vivente per cui non vi è da stupirsi se nel battesimo le acque producono ancora la vita»43. Infatti l'uomo vecchio muore immergendosi nell'acqua e dà vita a un nuovo essere, viene rigenerato, come nell'efficace immagine di san Giovanni Crisostomo: «Quando tuffiamo la nostra testa nell'acqua come in un sepolcro, l'uomo vecchio è immerso, interamente sepolto; quando usciamo dall'acqua, compare simultaneamente l'uomo nuovo»44. Affinché l'atto di accedere al tempio santo possa avere la sua efficacia anche sul piano spirituale è necessaria una purificazione che ci permetta di aprire gli occhi, di essere coscienti. Un gesto fatto col dovuto atteggiamento può operare fin nell'intimo del fedele. 

Le campane e i campanili 
Originariamente le chiese non avevano campanili; quando cominciano ad apparire torri a fianco degli edifici sacri, queste non sono costruite per ospitare campane45. Hani ipotizza quindi che il campanile possa inserirsi nel simbolismo cosmico generale cui abbiamo accennato. Si tratterebbe ancora una volta del cubo sormontato dalla cupola, «potendo la cupola assumere la forma di una piramide a sei oppure otto facce, che è una delle fasi del passaggio dalla sfera al cubo»46 . Per le sue caratteristiche il campanile, così slanciato verso l'alto, potrebbe simboleggiare l'idea del collegamento tra terra e cielo, cioè il percorso graduale che l'uomo deve compiere nella sua crescita spirituale altrove rappresentato dal simbolo della scala47. Il simbolismo medievale, rifacendosi anche alle visioni descritte dal Pastore di Erma, vedeva invece nelle torri un simbolo della Chiesa stessa oppure un'immagine di Maria48. Alla campana è sempre stata attribuita una particolare sacralità che non può essere giustificata da una semplice funzione utilitaristica. Il rito di installazione è analogo a quello del battesimo di un bambino o a una consacrazione: viene fatta una purificazione con acqua benedetta e un esorcismo, una purificazione con l'incenso, un'unzione con l'olio e infine l'imposizione di un nome e della veste bianca49. La funzione della campana può quindi essere più ampia del semplice richiamare i fedeli; il suo risuonare ha il carattere di un suono sacro: richiama le benedizioni divine, respinge l'attacco dei demoni, allontana tempeste e uragani. Alcune preghiere antiche recitano: «Mentre la sua voce sale al cielo, la protezione degli Angeli discenda sulla tua Chiesa»; «Che schiacci le potenze dell'aria. Che le loro forze tremino sentendo questo suono, che fuggano davanti al segno che abbiamo tracciato su questa campana»50 . Un'altra pratica era quella di tracciare sulla campana invocazioni o preghiere, come l'Ave Maria, confidando che poi, col suo risuonare, l'invocazione sarebbe stata diffusa nell'aria. Il suono della campana in questo modo avrebbe contribuito a santificare l'aria e così lo spazio circostante51. 


5. La contemplazione del segno 

Questi temi rivivono in Guardini in modo del tutto originale. Secondo l'autore la comprensione della realtà dei segni non può partire da uno studio storico che mostri le origini di un determinato rito o preghiera, così come esclude la strada di un commento che spieghi il significato dei diversi riti deducendolo da concetti astratti. Infatti «nella liturgia non si tratta precipuamente di concetti, bensì di realtà. E non di realtà passate bensì di realtà presenti...»52. Perciò il metodo d'indagine della realtà liturgica deve essere adeguato alla realtà stessa che è «un mondo di vicende misteriose e sante divenuto figura sensibile: ha perciò carattere soprannaturale»53. L'unico mezzo per entrare in un mondo misterioso e santo è l'esperienza, personale, intima: questo è il metodo scelto da Guardini. Ma la comprensione è possibile se all'inizio del cammino si impegna in modo deciso la propria volontà. Riferendosi al cristiano primitivo, Guardini afferma che «egli aveva una profonda comprensione del mondo, resa possibile però anzitutto da una forte ascesi»54. Per l'autore si tratta di penetrare all'interno del mondo materiale per scoprire nella sua profondità la forza spirituale che lo sostiene, altrimenti si percepiscono i segni per mezzo di "un arido pensare" che li contempla come semplici oggetti appesi tutt'intorno senza percepirne l'intimo palpitare. 


6. La potenza del nome e del gesto 

Approcciarsi alla liturgia per mezzo di questo arido pensare genera inevitabilmente un arido parlare e agire: «Diciamo delle larve di parole; compiamo delle ombre di azioni»55. La gravità di questo svuotamento è chiarita nella sua reale portata solo se si comprende il significato profondo della parola, del Nome. L'autore cerca in vari modi di mostrare la forza del nome, facendone l'oggetto della sua attenzione ovunque questo si manifesti in un senso più pieno di quello svilito a cui l'uomo moderno è abituato, indagando anche fra le usanze tradizionali e perfino nella magia56. Basterebbe però pensare al fatto che nella Sacra Scrittura «il Nome di Dio si identifica con il Santo-Esistente stesso»57, ragion per cui il nome ha una sua potenza evocatrice che rimanda direttamente a ciò che esso vuole esprimere, rende questo Esistente in qualche modo presente come una realtà. In questo senso si capisce il significato dell'espressione del Salmo, «Il nostro aiuto è nel Nome del Signore» (123, 8), perché il Nome «è esso stesso la vivente potenza di Dio»58. Una forza paragonabile può avere il Nome nella vita dell'uomo. Secondo Guardini è proprio a questo che si riferiscono alcune parole della seconda delle sette lettere che, nell'Apocalisse, Cristo indirizza alle comunità della provincia d'Asia: «Al vincitore darò... una pietra bianca, e sulla pietra è scritto un nome nuovo, che nessuno sa all'infuori di chi lo riceve» (Ap 2, 17). Questo nome nuovo diventa una cosa sola con la persona vivente59, la trasforma: «Questo nome è il suggellamento d'un evento creativo: "Ecco faccio nuove tutte le cose", dice Dio sempre nell'Apocalisse (21, 5)»60. Infatti non significa «l'espressione di qualche cosa che c'è già; piuttosto rivela il compimento della grazia»61. Dal momento che la persona vivente conosce la reale potenza del Nome, comincia a custodire nell'intimo una forza segreta: «Questo nome è protetto. "Nessuno lo sa", solo Dio e lui, lui in Dio»62. Il silenzio è l'unico luogo in cui si può custodire la parola perché conservi la sua efficacia: «Se per avventura una parola sgorga dal fervore del cuore, tutta piena di sangue e di forza, in pochi giorni i giornali e le chiacchere della gente ne prendono possesso, la sbiadiscono a luogo comune, la rendono scipita fino alla nausea»63. In fin dei conti per Guardini il vero significato del Nome "è un mistero" e per rimarcarlo, sentendosi costretto a parlarne, egli vuole concludere con queste parole: «Così dunque anche tutto ciò che qui è stato detto va pronunziato con quel ritegno che s'addice al parlare d'un tale mistero»64 . Una portata simile a questa ha il gesto, che rimanda anch'esso a una realtà più profonda, nasconde una sua relazione più intima con le realtà spirituali: «Siamo consapevoli di quello che facciamo quando stringiamo la destra a qualcuno? Ci è chiaro che noi gli diamo la nostra fiducia, la nostra anima? Se lo sapessimo lo faremmo con minor frequenza. Ma così tale atto è una vera formalità, che solo di rado è compenetrata di realtà spirituale...»65. Il gesto, come il Nome, può manifestare una realtà spirituale e renderla presente, efficace, anche sul piano materiale. 


7. Il mondo dello spirito 

Vittima dello svuotamento del segno, di cui tanto appassionatamente parla Guardini, è tutta la civiltà contemporanea e la vita religiosa è l'ambito nel quale l'effetto di questo svuotamento è più terribile66. Precisamente in questo ambito il segno dovrebbe rimandare direttamente alle realtà più profonde e più vive. Dove questo non avviene si finisce per vivere in un mondo di illusioni scambiandole per la realtà, e la cosa diventa particolarmente grave perché può ledere il mondo stesso della fede che è «vita in un mondo di realtà invisibili»67. Quando Guardini si esprime in questi termini non intende le realtà invisibili in modo generico: vuole riferirsi non a sogni e illusioni, ma, in concreto, alle presenze spirituali che circondano chi percorre il cammino di fede. Il nostro autore è sconcertato dall'incredulità che, certi pensatori, manifestano a questo riguardo, come scrive: 

Ci si stupisce sempre che, a spiegazione del pensiero biblico, si adducano tutti i motivi possibili, salvo i più ovvi. Vale a dire: se persone di un certo rango religioso, come i maestri dell'Antico e del Nuovo Testamento, per non dire Gesù stesso, parlano degli angeli, lo fanno per la semplice ragione che gli angeli esistono. Lo hanno sperimentato e questa esperienza attesta la realtà; allo stesso modo che un discorso sulle aquile si basa sul fatto che la gente ha visto delle aquile con i suoi occhi. Suona strano che un dotto del XIX o XX secolo, che forse non ha mai fatto esperienze religiose, né sta nella autentica tradizione religiosa, voglia giudicare cosa significhi quando la Genesi o Isaia o Gesù stesso parlano degli angeli. E' bene ricordarsi di tanto in tanto delle gerarchie dello spirito...68. 

Scorrendo il testo de I santi segni una cosa appare subito con evidenza: la ricorrenza continua, insistente, del termine "mistero". Di ogni realtà Guardini sembra presupporre un aspetto misterioso, spirituale, ai più impercettibile, di cui non si può parlare esplicitamente se non se ne è fatta esperienza. Ciò che l'autore desidera comunicare col suo scritto non sono concetti, ma esperienze, con la speranza che il lettore desideri a sua volta viverle nella propria vita. 


8. Iniziati a una vita nuova 

Come si può guarire dallo svuotamento della vita religiosa di cui si diceva sopra? Non occorre "inventare" cose nuove, ma rivolgesi alle "profondità essenziali" da cui scaturiscono le grandi parole della Chiesa. Una volta discesi nella profondità si attinge direttamente alla fonte di queste realtà e si può finalmente dire che i nostri occhi si sono aperti. Non ci si ferma alle apparenze, ma si comincia a vedere «la realtà che dietro di esse giace»69. Allora con una coscienza e una vista rinnovate si potrà sopportare l'urto di questo mondo che giganteggia dinanzi a noi e farlo penetrare nella nostra esistenza quotidiana, incominciando quella vita nuova di cui parla san Paolo nella seconda lettera ai Corinzi: «Quindi se uno è in Cristo è una creatura nuova» (2 Cor 5, 17). Si tratta di un cambiamento sconvolgente che può lasciare persino sconcertati e muti, tanto raggiunge l'uomo in profondità: «Chi lo sperimenta appare spesso scontroso, perché non può più scialare a chiunque ciò che per lui ha un significato così profondo; deve apparire come un originale, perché prende sul serio cose che nessuno più avverte; perché vede problemi che da tempo sono svaniti nella cecità di tutti gli occhi»70. Questa "vita rinnovata" ridonerà allora la propria forza al Nome, alla parola e al gesto perché questi torneranno a essere in immediata relazione con le realtà che dietro ad essi giacciono. Allora l'esistenza stessa dell'uomo farà trasparire quella luce intensa alla quale egli avrà imparato ad attingere. 


9. I segni del tempio e della liturgia in Guardini 

Per aiutare il lettore a penetrare il senso profondo della liturgia e dei simboli dell'edificio sacro, Guardini lo vuole guidare attraverso la sua stessa esperienza personale di questi "santi segni". Ne abbiamo scelti alcuni, corrispondenti a quelli già analizzati nella tradizione della Chiesa, di cui daremo un'illustrazione più ampia. Ci pare comunque interessante riportare l'elenco dei gesti e degli oggetti, pur non trattandone in modo esteso, perché la scelta di Guardini ci è parsa significativa e permette di inquadrare meglio il nostro tema: 

Il segno della croce 
La mano 
Lo stare in piedi 
L’inginocchiarsi 
L’incedere 
Il battersi il petto 
I gradini 
La cenere 
L’incenso 
Il cero 
La fiamma 
Luce e calore 
Il portale 
L’acqua benedetta 
Pane e vino 
I lini 
La benedizione 
Le campane 
L’altare 
Il calice 
Spazio santo 
Tempo santificato71. 


10. I gradini

Non vi è nulla di più semplice e abituale che salire dei gradini. Eppure «nelle cose più semplici si nasconde il più grande mistero»72. Si salgono in varie occasioni, per infinite volte, senza accorgersi che «avviene qualcosa in noi quando ascendiamo»73. Infatti non sale solo il piede: tutto il nostro essere è coinvolto, anche spiritualmente. Può sembrare una cosa banale, eppure l'insistenza di Guardini sul "mistero" insito in questo salire, il termine "mistero" riferito alla scala e ripetuto continuamente in sole tre paginette, fanno pensare che si tratti di qualcosa di più. L'autore vuole infatti prevenire questa obiezione: «E che cosa ha a che fare il diventare migliori con l'ascendere materiale? Che cosa ha a che fare "l'essere puro" con lo "stare in alto"?». A questa domanda non ci può essere una risposta "concettuale"; infatti si tratta di una realtà che «non si può spiegare ulteriormente»74. Scaturisce dall'intima esperienza dell'uomo la comprensione che «il salire ci parla dell'ascesa del nostro essere all'"Altissimo", a Dio. Non lo possiamo spiegare, però è così»75. 


11. Il portale 

Ancora una volta ci si trova di fronte a un segno che lo sguardo superficiale non può cogliere. Si direbbe che un portale serve solo “perché si entri e se ne esca”. Eppure il portale parla. L'atto di entrare può ancora una volta coinvolgere nell'intimo, proiettare in un mondo spirituale, far penetrare in quel mondo di "realtà invisibili" che popola la vita del fedele. Fuori si lascia un mondo bello in cui però è mescolato "qualcosa d'odioso, di basso". Oltre il portale, "il santuario". La scelta stessa del luogo, per la cristianità antica, ha avuto un'importanza particolare, non era mai casuale. «Gli uomini fin dall'inizio hanno saputo che luoghi determinati sono in modo particolare consacrati, riserbati a Dio»76. Non tutto lo spazio è omogeneo, esistono dei luoghi santificati da una Presenza particolare. Entrare nel santuario equivale a mettersi di fronte a questa Presenza: si passa da un mondo "terrestre" ad un mondo "celeste". E il portale avverte chi entra: «Tempio di Dio è questo, e una similitudine di te stesso. Poiché tempio del Dio vivente sei proprio tu, il tuo corpo e la tua anima. Rendilo ampio, rendilo limpido ed elevato!»77. 


12. L'acqua benedetta 

Di nuovo il termine più ricorrente è "mistero". «Misteriosa è l'acqua»78. Contiene in sé un grande mistero perché evoca «i fecondi abissi da cui sgorga la vita»79. Eppure è potenza ambigua, contiene forze che vanno dominate o possono ritorcersi contro l'uomo, infatti vi è «in essa qualcosa di magico...Chi non ha percepito questo aspetto non sa cos'è la natura»80. Guardini è convinto che tutta la natura è permeata di forze misteriose che possono essere benefiche, neutrali o nemiche, e così l'acqua: E queste non sono parole vuote! Chi possiede un'anima sensibile ha già percepito l'incanto della forza naturale che può sprigionarsi dall'acqua. E questa è semplicemente potenza della natura? O non è qualcosa di oscuro, di extra-naturale?... La città intontitrice delle anime ha reso l'uomo ottuso al punto ch'egli spesso non ha più senso per questo81. Per mezzo della benedizione l'acqua viene purificata e rivolta al suo uso più santo, fino a diventare «il simbolo e il veicolo della vita divina, della Grazia»82. Il fonte battesimale per mezzo dell'acqua sacramentale diventa «grembo della fecondità celeste»83, fa nascere a una nuova vita, fa diventare uomini nuovi. Quando si varca la soglia del tempio, segnandosi con l'acqua benedetta, bisogna capire che si rinnova l'esperienza battesimale e ci si bagna «con l'acqua pura e purificante, affinché l'anima...diventi monda»84. 


13. Le campane 

Il santuario cristiano delimita uno spazio santo e lo distingue dallo spazio circostante. Ma questo spazio è in qualche modo collegato col santuario? Certamente, per mezzo del campanile: «Dalla casa di Dio il campanile si drizza nella libera atmosfera e ne prende per così dire possesso per conto di Dio»85. 
Da questa santa torre vengono diffuse ovunque per l'aria le vibrazioni delle campane di bronzo: «Il suono delle campane trasporta di nuovo fuori, nella vastità del mondo che viene santificato a partire dal tempio»86. Il tempio è il centro da cui parte la santificazione di tutto il territorio circostante. A partire da questo centro la santificazione non si diffonde solo con la vibrazione sonora, ma anche con tutti gli altri mezzi che la tradizione ha insegnato: «Lo spazio consacrato viene dilatato per mezzo delle processioni, delle rogazioni, dei pellegrinaggi»87. 


14. Lo spazio santo 

Lo spazio naturale in cui esistiamo ha un suo ordine, le sue direzioni, non è un caos. Così anche lo "spazio soprannaturale", al quale quello naturale è collegato, «ha un ordine che è radicato nel divino mistero»88. La chiesa, che è specchio di questo ordine, «è orientata da Occidente verso Oriente, verso il sorgere del sole...Cristo è infatti il sole del mondo sacro»89. La disposizione dell'edificio sacro, il suo collegamento col cosmo, lo può rendere un vero organismo "vivente": «uno spazio disposto in un certo modo, pieno di vita, anzi esso stesso vivo, un'essenza spaziale che pulsa e respira»90. Solo un essere realmente "vivente", capace di usare tutti i suoi "organi di senso", compresi quelli interiori, può cogliere il pulsare dell'edificio sacro: Tutto questo però sorge solo quando un uomo sensibile entra nella cattedrale e rimanendovi, camminandovi o guardando o respirando, intende intorno a sé con gli occhi, la testa e il petto, con la sensibilità di tutta la sua figura, il continuo e silenzioso crescere, ergersi e gravare, formarsi e inarcarsi, racchiudere e rivelare, celebrare e tripudiare91. La liturgia, nei suoi movimenti, si orienta all'interno di questo spazio vitale che Guardini vede espandersi in tre direzioni con una sorprendente similitudine alla visione di san Clemente Alessandrino. Tali sono le direzioni dello spazio santo: Verso il sole sorgente che è Cristo. Qui si dirige lo sguardo del credente; di qui penetra nel nostro cuore il raggio della luce divina. E' la grande orientazione dell'anima e la linea della discesa di Dio. Da Nord a Sud, da dove la tenebra si volge alla luce che irradia dalla parola divina. E questo viene dall'ardenza del cuore per illuminare e riscaldare. E infine dal basso verso l'alto: è il movimento dell'anima nell'anelito, nella preghiera, nell'offerta dalle profondità della propria miseria al trono dell'altissimo Iddio92. 


15. Il tempo santificato 

Con l'avvento della civiltà odierna si è verificata anche una profanazione del tempo: l'uomo non ha più saputo mettersi in armonia coi cicli del cosmo. «Si sovvertirono gli ordinamenti  dell'esistenza. I ritmi naturali del giorno e della notte e delle stagioni non furono più seguiti. Gli spazi non furono più percorsi dallo sguardo e non furono più permeati spiritualmente»93. Eppure la nostra stessa anima risente nella sua esistenza terrena di ogni movimento del cosmo e deve permeare di senso spirituale ogni cosa che la riguarda. La nostra anima è collegata al tutto: «"Grande destino è quello dell'anima", dice San Bonaventura con i maestri di spiritualità del Medioevo. "Essa è preordinata a che tutto il mondo sia raffigurato in essa"»94. Allo stesso modo dell'anima, la liturgia è capace di comprendere in sé tutta la realtà, fin nei suoi strati più profondi: «La liturgia è integralmente realtà...Essa abbraccia tutto quanto esiste: angeli, uomini, cose. Tutti i contenuti e tutti gli avvenimenti della vita. Ogni realtà: la naturale afferrata dalla soprannaturale; la creata dall'increata»95. Diventa allora determinante l'azione della liturgia per mezzo della quale «si compiono le azioni sacre "secondo il tempo", comprese nella pienezza delle articolazioni temporali con i loro ritmi di anno e stagione, settimana, giorno e ora»96. Ogni ora del giorno ha infatti una sua tonalità propria, però sono tre i momenti più significativi: l'alba, il tramonto e il mezzodì. Alba e tramonto ci inseriscono simbolicamente in un ciclo di morte e risurrezione che sono continuamente richiamati da questi due momenti: l'alba è «il mistero della nascita che si rinnova ogni mattina”, mentre la sera “anch'essa ha il suo mistero: il mistero della morte»97. Il mezzogiorno invece si colloca tra queste due rappresentazioni dello scorrere del tempo e significa la staticità dinamica dell'eterno presente. «E' una sosta nel mero presente. E il suo sguardo si spinge nell'immensità -no, non s'affissa affatto nello spazio o nel tempo: si spinge nell'eternità»98. Il sole splendente del mezzogiorno libera da questo divenire dei due poli opposti e proietta nell'eternità: «L'eternità infatti parla sì ad ogni ora; a mezzodì essa però ci è vicina...Il mezzodì è puro presente, la pienezza del giorno»99. 


16. Conclusione 

 «Noi uomini siamo divenuti grossolani. Di molte cose delicate e profonde non sappiamo più nulla»100 . Questa dura constatazione potrebbe sembrare pessimistica se letta fuori del suo contesto. E' vero: l'uomo moderno spesso vive in modo grossolano, in un mondo reso tale dai suoi gesti, ma soprattutto dai suoi pensieri. Il mondo limitato che circonda l'uomo moderno è frutto degli orizzonti limitati che egli stesso si è costruito. L'uomo moderno è convinto che esista solo ciò che egli crede che esista, perdendo così un'infinita varietà di realtà che lo circondano, lo superano, risiedono nel suo intimo e attendono il suo risveglio per mettersi in moto. Ma la constatazione di questa "decadenza" non spegne la speranza. Occorre prendere coscienza che, all'opposto di quanto spesso viene insegnato, la realtà supera di molto la fantasia, perché «lo spirito è reale, anzi lo è in grado ancora superiore alla materia»101. Occorre solo immergersi a capofitto in questa realtà con la consapevolezza che si tratta di una realtà primariamente spirituale e desiderare ardentemente di essere guidati in questa dal Suo Aiuto. E questo non potrà mancare. Romano Guardini ha voluto introdurre il lettore nel viaggio attraverso questi "segni" con parole che ci paiono significative e che vogliamo riproporre a conclusione come augurio per chi vuole immergersi nella realtà dello Spirito: «Racconterò, come mi capita, ciò che mi è successo. E così come l'ho visto io, vedilo tu, meglio, più precisamente, più chiaramente; e buona fortuna»102.





Note: 

1 R. GUARDINI, I santi segni, Brescia 1996, p. 117. 
2 R. GUARDINI, Formazione liturgica, Milano 1988, p. 51. 
3 R. GUARDINI, Formazione liturgica cit. , p. 50.
4 Cfr R. GUARDINI, Formazione liturgica cit. , cap. II: Anima e corpo, pp. 21-44. 
5 ORIGENE, Commento sul Cantico dei Cantici III, 2, 9. 
6 MASSIMO IL CONFESSORE, Mistagogia, 2. 
7 BERNARDO DI CHIARAVALLE, Sermo de diversis, 9, 1
8 GIOVANNI CRISOSTOMO, Omelie sulla Genesi 27, 4. 
9 GIOVANNI CRISOSTOMO, Omelie sulla lettera ai Romani 14, 5. 
10 SAN PIER DAMIANI cit in J. HANI, Il simbolismo del tempio cristiano, Roma 1996, p. 29.
11 J. HANI, Il simbolismo cit. , p. 29. 
12 Costituzioni apostoliche II, 57, 3. 
13 ORIGENE, La preghiera 23. Origene tra l'altro, a chi dice di preferire rivolgersi verso il lato aperto della parete per poter vedere il cielo, risponde che «pur aprendosi le dimore degli uomini per convenzione, verso questa o quella parte del cielo, siccome per natura l'oriente eccelle sulle altre parti, occorre anteporre quello che è per natura a quello conforme ad una convenzione» (Ibidem). 
14 J. HANI, Il simbolismo cit. , p. 30.
15 M. ELIADE, Storia delle idee e delle credenze religiose III, Milano 1996, p.69. 
16 J. HANI, Il simbolismo cit. , p. 32. 
17 CLEMENTE ALESSANDRINO cit. in J. Hani, Il simbolismo cit. , p. 52. 
18 J. HANI, Il simbolismo cit. , p. 36. 
19 Cit. in G. CHAMPEAUX -S. STERCKX, I simboli del medioevo, Milano 1981, p. 148.
20 J. HANI, Il simbolismo cit. , p. 38. L'idea dell'edificio sacro come centro del mondo, della città sacra, Gerusalemme o Roma, con l'analogo significato di ombelico (omphalos) del mondo, è ricorrente nella cristianità antica. Questo aspetto è stato largamente trattato da M. ELIADE, Il sacro e il profano, Torino 1989, pp. 19-47. 
21 J. HANI, Il simbolismo cit. , p. 52. 
22 J. HANI, Il simbolismo cit. , p. 96. 
23 J. HANI, Il simbolismo cit. , p. 150. 
24 J. DANIÉLOU, I simboli cristiani primitivi, Roma 1990, pp. 137-148. 
25 J. HANI, Il simbolismo cit. , p. 153. 
26 S. CIRILLO DI GERUSALEMME, cit. in J. HANI, Il simbolismo cit. , p. 154.
27 J. HANI, Il simbolismo cit. , p. 154. 
28 M. ELIADE, Il sacro e il profano cit. , p. 29. Cfr. anche M.M. DAVY, Scala, in Dizionario dei simboli, Milano 1992, II, pp. 328-334. 
29 G. PENCO, Scala in Dizionario di spiritualità, III, Roma 1975, p. 2261. 
30 Molti autori spirituali a partire da Giovanni Climaco con la sua Scala Paradisi hanno utilizzato l'immagine della scala come simbolo di ascensione spirituale. Ad esempio Guglielmo di Saint Thierry descrive l'anabathmon dell'anima che, attraverso sette gradi, si innalza fino alla vita celeste, gradi messi in rapporto con le sette porte del cielo. Ildegarda di Bingen e, dopo di lei, Onorio d'Autun e Adamo di Saint-Victor vedono nella croce di Cristo la Scala dei peccatori, ancora chiamata la divina Scala. Cfr. E. BERTAUD-A. RAYEZ, Echelle in Dictionnaire de Spiritualité, IV, Paris 1960, 62-86. G. CHAMPEAUX S. STERCKX, I simboli del medioevo cit., pp.185-187. 
31 P. EVDOKIMOV, L'uomo icona di Cristo, Milano 1981, p. 89.
32 P. EVDOKIMOV, L'uomo icona di Cristo, cit. p.89. 
33 «Quindi la porta del santuario riassume, anche sotto il profilo simbolico, la natura dell'intero santuario» (T. BURCKHARDT, L'arte sacra in oriente e in occidente, Milano 1990, p.71.). 
34 P. EVDOKIMOV, L'uomo icona di Cristo, cit. p.89. 
35 J. HANI, Il simbolismo cit., p. 95. 
36 Cfr. Ml 4,2. L'attribuzione del titolo di sole a Cristo è ricorrente nella tradizione. Cfr. anche la profezia di Zaccaria in Lc 1,78-79. 
37 T. BURCKHARDT, L'arte sacra cit., p.74. 
38 P. EVDOKIMOV, L'uomo cit., p.96. 
39 Cit in J. HANI, Il simbolismo cit., p.103. 
40 J. HANI, Il simbolismo cit., p.83. 
41 J. HANI, Il simbolismo cit., p.88. 
42 DIONIGI PSEUDO-AREOPAGITA, Gerarchia ecclesiastica, II,3
43 TERTULLIANO, Trattato sul battesimo III, 5. 
44 GIOVANNI CRISOSTOMO, Omelie su Giovanni XXV, 2. Anche Dionigi Areopagita afferma che l'immersione nell'acqua «viene intesa propriamente secondo l'immagine della morte e della sepoltura invisibile». (Dionigi Areopagita, Gerarchia cit. , p. 164). 
45 J. HANI, Il simbolismo cit. , p. 75. 
46 J. HANI, Il simbolismo cit., p. 76. 
47 J. HANI, Il simbolismo cit., p. 77. 
48 J. HANI, Il simbolismo cit. , p. 76. 
49 J. HANI, Il simbolismo cit., p. 78. 
50 Cit. in J. HANI, Il simbolismo cit., p. 80.
51 J. HANI, Il simbolismo cit., p. 81. 
52 R. GUARDINI, I santi segni cit. , p. 113. 
53 R. GUARDINI, I santi segni cit. , p. 113. 
54 R. GUARDINI, Formazione liturgica cit. , p. 50. 
55 R. GUARDINI, I santi segni cit. , p. 119. 
56 «Che significa il nome nell'esistenza dell'uomo? Spesso aiuta a comprendere la vita informarsi circa quanto le usanze, ma anche la stregoneria e la magia, dicano su una cosa» (R. GUARDINI, Accettare se stessi, Brescia 1992, p. 56). 
57 R. GUARDINI, Accettare se stessi cit., p.57. 
58 R. GUARDINI, Accettare se stessi cit., p. 58. 
59 R. GUARDINI, Accettare se stessi cit., p. 57. 
60 R. GUARDINI, Accettare se stessi cit., p. 62. 
61 R. GUARDINI, Accettare se stessi cit., p. 63. 
62 R. GUARDINI, Accettare se stessi cit., p. 63. 
63 R. GUARDINI, I santi segni cit. , p. 118. 
64 R. GUARDINI, Accettare se stessi cit. , p. 65. 
65 R. GUARDINI, I santi segni cit., p. 119. 
66 «...in nessun ambito la profanazione della parola, lo svuotamento dell'agire, la vanificazione del segno è così terribile quanto nella vita religiosa» (R. GUARDINI, I santi segni cit. , p. 121).
67 R. GUARDINI, I santi segni cit., p. 122. 
68 R. GUARDINI, Preghiera e verità, Brescia 1973, p. 105. 
69 R.GUARDINI, I santi segni cit. , p. 122. 
70 R.GUARDINI, I santi segni cit. , p. 121.
71 Si tratta dei titoli dei singoli capitoli; cfr. Indice R. GUARDINI, I santi segni cit. , pp. 206-207. 
72 R. GUARDINI, I santi segni cit., p. 143. 
73 R. GUARDINI, I santi segni cit., p. 144. 
74 R. GUARDINI, I santi segni cit. , p. 144. 
75 R. GUARDINI, I santi segni cit., p. 144.
76 R. GUARDINI, I santi segni cit., p.148. 
77 R. GUARDINI, I santi segni cit., p.149. 
78 R. GUARDINI, I santi segni cit., p. 155. 
79 R. GUARDINI, I santi segni cit., p. 155. 
80 R. GUARDINI, Formazione liturgica cit. , p. 56. 
81 R. GUARDINI, I santi segni cit. , p. 156. 
82 R. GUARDINI, I santi segni cit., p. 155. 
83 R. GUARDINI, Formazione liturgica cit. , p. 57. 
84 R. GUARDINI, I santi segni cit. , p. 156. 
85 R. GUARDINI, I santi segni cit. , p. 191.
86 R. GUARDINI, Formazione liturgica cit. , p. 59. 
87 R. GUARDINI, Formazione liturgica cit., p. 48. 
88 R. GUARDINI, I santi segni cit., p. 189. 
89 R. GUARDINI, I santi segni cit., p. 189. 
90 R. GUARDINI, L'opera d'arte, Brescia 1998, p. 43. 
91 R. GUARDINI, L'opera d'arte, Brescia 1998, p. 43. 
92 R. GUARDINI, I santi segni cit. , p. 190.
93 R. GUARDINI, Formazione liturgica cit. , p. 51.
94 R. GUARDINI, Formazione liturgica cit., p. 54.
95 R. GUARDINI, Il senso della Chiesa, Brescia 1961, p. 37
96 R. GUARDINI, Formazione liturgica cit. , p. 47.
97 R. GUARDINI, I santi segni cit., p, 193.
98 R. GUARDINI, I santi segni cit., p. 196.
99 R. GUARDINI, I santi segni cit., p. 197.
100 R. GUARDINI, I santi segni cit., p. 199.
101 R. GUARDINI, L'opera d'arte cit., p. 41.
102 R. GUARDINI, I santi segni cit., p. 123. 15
103 Per compilare la presente nota mi sono servito essenzialmente di M. MORELLATO, Ho creduto perciò ho parlato in Romano Guardini e la visione cristiana del mondo, Padova 1989; C. DOTOLO, Romano Guardini in Storia della Teologia, a cura di R. Fisichella, III, Bologna 1996, pp.717-733. All'interno della vasta produzione di Guardini ho creduto opportuno ricordare soltanto le opere che mi sono sembrate utili a mostrare il suo percorso intellettuale, specialmente in relazione con il contenuto del mio lavoro. 
104 R. GUARDINI, Appunti per un'autobiografia, Brescia 1995, p. 91.



NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA

Romano Guardini nacque a Verona il 17 febbraio 1885103. All'età di un anno fu portato a Magonza, dove il padre era commerciante e console italiano, e rimase in Germania per tutta la vita, anche quando la sua famiglia, nel 1915, tornò in Italia. La sua formazione culturale fu quindi essenzialmente tedesca, anche se nei suoi studi e interessi si trovano chiare tracce dell'origine italiana. Il periodo degli studi universitari fu segnato da una certa indecisione. Guardini cominciò a studiare fisica e in seguito economia, ma queste materie tecniche e analitiche non erano adatte ai suoi interessi. Fu in questo periodo che il desiderio di un'autentica esperienza religiosa irruppe nella sua vita. Guardini veniva da un'educazione religiosa molto formale, di routine, che non aveva lasciato alcun segno nella sua vita quotidiana. Fu una frase del Vangelo di Matteo -« chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà » (Mt 16, 25)- a segnare la svolta nella sua vita religiosa. La riscoperta della fede coincise, quasi contemporaneamente, con la vocazione sacerdotale e fu la soluzione pacificante della sua ricerca esistenziale. Nel 1906, durante una messa in un convento domenicano, percepì in modo chiaro la sua vocazione: « e fu allora come se tutto divenisse sereno e chiaro, e andai a casa con un sentimento di felicità che non avevo provato da molto tempo »104 . La decisione per la vita sacerdotale rasserenò Guardini, ma non la sua famiglia presso la quale incontrò una ferma opposizione. Fu ordinato sacerdote a Magonza nel 1910, si laureò in teologia a Friburgo nel 1915. Durante gli studi fu sempre impegnato in un'intensa attività all'interno del mondo giovanile cattolico e partecipò al fiorire del movimento liturgico. Le sue prime opere, Lo spirito della liturgia (1918), Il senso della Chiesa (1922) e I santi segni (1922) risentono pienamente del suo impegno. Dalla sua esperienza trasse la convinzione che la teologia dovesse essere una riflessione attenta all'uomo storico concreto e intimamente animata dall'esperienza personale. Nel 1923 Guardini ottenne la cattedra di filosofia della religione e di Katholische Weltanschauung all'Università di Berlino. L'ambiente in cui insegnava influì certamente sulla sua eccezionale apertura mentale; a quel tempo infatti una parte dei docenti dell'Università di Berlino era profondamente laica, e l'altra di dichiarata confessione protestante. Il suo successo fu sicuramente maggiore tra il pubblico che affollava le lezioni, che negli ambienti accademici in cui dominava il metodo storico-critico avversato da Guardini. Tra le ragioni del suo successo ci fu sicuramente la straordinaria chiarezza di linguaggio; la semplicità con cui esponeva è ben ravvisabile negli scritti ed è pari alla profondità del suo pensiero. Le sue lezioni non erano tanto un'esposizione sistematica di verità dogmatiche bene ordinate, quanto piuttosto un'indagine concreta del misterioso mondo spirituale e dell'incontro dell'uomo con Dio. Usava condurre questa indagine anche a partire da grandi autori come Dostojewskij, Pascal, Rilke e da antichi  filosofi come Socrate, e su questi autori scrisse alcune delle sue opere. Particolarmente interessanti sono i suoi Studi su Dante, attraverso i quali fa penetrare il lettore nel variegato mondo degli spiriti e degli angeli cui è dedicata larga parte del saggio pubblicato nel 1951. Nel 1925 pubblicò L'opposizione polare che rappresenta il fulcro del suo pensiero filosofico. Secondo Guardini la realtà si compone di polarità opposte che la permeano tutta e la strutturano, fin nell'intimità stessa dell'uomo in cui si constata la continua tensione fra poli opposti. La struttura polare della realtà coinvolge necessariamente il metodo di indagine che non può essere esclusivamente razionale, ma deve coinvolgere l'intuizione vitale. Fra le attività che fiancheggiarono l'impegno accademico la principale fu quella svolta nel castello di Rothenfels sul Meno, che divenne un vero simbolo per la gioventù a lui contemporanea. Vi si riunivano gli aderenti al movimento Quickborn (Sorgente viva) di cui ben presto Guardini divenne leader e dal 1927 direttore e responsabile. Si trattava di un movimento che cercava di dare senso e idealità ai giovani tedeschi per mezzo di un cammino ascetico e spirituale, in un periodo di decadenza anche in ambiente religioso. Nel castello si praticavano esperienze di vita, di autoeducazione, esperienze artistiche e di vita comunitaria. In questo ambiente Guardini elaborò le esperienze liturgiche che confluirono nelle novità accolte dal Vaticano II. Per la profondità del suo insegnamento e le sue capacità di trascinatore, meritò l'appellativo di maestro di Germania. Nel 1939 fu costretto al silenzio dal regime nazista con la soppressione della sua cattedra. Ritornò all'insegnamento solo alla fine della guerra, prima nell'Università di Tubinga dal 1948 al 1951, poi in quella di Monaco fino al 1963, quando gli succederà K. Rahner. Prima di trasferirsi a Monaco compose La fine dell'epoca moderna (1950) e Il potere (1952), opere in cui espresse il suo punto di vista sull'ateismo moderno e la crescente secolarizzazione della società. Nel 1961 fu nominato membro della Commissione liturgica preparatoria del Concilio Vaticano II. Paolo VI gli propose il cardinalato, ma Guardini rifiutò decisamente l'onore. Morì la sera del 1 ottobre 1968 all'età di 82 anni.



------------
Fonte: Guidalberto Bormolini Rivista di ascetica e mistica, 3 (2004) 481-511. 
Note biografiche sull'autore al sito https://guidalbertobormolini.it

sabato, giugno 14, 2025

La gloria di Dio è l'uomo vivente, del Card. Angelo Bagnasco


LA GLORIA DI DIO E' L'UOMO VIVENTE

del Card. Angelo Bagnasco
Arcivescovo emerito di Genova





Cari Fratelli e Sorelle nel Signore

Sono lieto di condividere con voi il duplice anniversario della consacrazione delle vostre chiese: i 180 anni della nuova parrocchiale di San Giovanni Battista, e i 500 anni della antica di Santa Maria Assunta in Castello. Due eventi che, pur distanziati da secoli, sono una stessa grazia: la creazione di un luogo sacro, dedicato al culto di Dio che non è lontano da noi, ma è vicino: è con noi. Un luogo dove si manifesta in modo particolare la “gloria di Dio” come ricorda la Liturgia.


La gloria di Dio

Ma cos’è’ la gloria di Dio? Non è forse un termine che oggi lascia perplessi? Che sembra non più adatto per uomini che vogliono essere grandi o si credono tali perché sono noti e ammirati, ricchi e potenti? Spesso la ricerca di questa gloria è il compenso al vuoto dell’anima, all’ inconsistenza della vita.

È dunque simile a questa la gloria di Dio? Se fosse questa, Dio non sarebbe Dio, ma un essere umano qualunque. Dio, infatti, non ha bisogno di affermare se stesso e di esibire la sua forza; non ha bisogno che noi lo onoriamo, ma abbiamo noi bisogno di onorarlo. Non ha bisogno della nostra obbedienza, ma noi di obbedirgli. Dio è Amore, ricorda Giovanni, e l’amore non si impone: Egli, come un mendicante, ci chiede una risposta d’amore. Per questo si propone alla nostra libertà.

Qual è allora la gloria divina, che nell’Antico Testamento si manifesta in modi a volte grandiosi e a volte in forme leggere e tenere? 
“La gloria di Dio – scrive Sant’Ireneo di Lione nel II secolo – è l’uomo vivente, e la vita dell’uomo è vedere Dio”! 
La gloria di Dio, dunque non è Lui, ma siamo noi! E’ la nuova vita che nasce vedendolo, è il vedere Dio che ci fa vivere, e questo glorifica Dio. Possiamo veramente dire che la gloria di Dio è essere amore, è amare ciascuno di noi, ogni anima.




Lo spazio consacrato alla gloria

Il Creatore conosce le sue creature, e le rispetta! L’uomo, infatti, non è puro spirito, non è disincarnato: è un frammento di cielo in un pugno di terra, è una scintilla immortale rivestita di tempo, di materia e di sensibilità. Per manifestare il suo mondo invisibile ha bisogno di gesti come l’abbraccio; di parole come ti voglio bene; di segni come un fiore; di luoghi come la casa.

In questa prospettiva umanissima e commovente, appaiono anche le nostre chiese, luoghi consacrati al culto di Dio, alla manifestazione pubblica della sua gloria. Cime è possibile questo? Ogni luogo dedicato è uno spazio popolato dalla Vergine Maria, dai Santi, dagli Angelo, dalle anime dei defunti che ci sostengono con la loro preghiera. E’ dunque un luogo di fede e di affetti, il luogo più bello dove la comunità cristiana si incontra e si riconosce davanti a Dio che è Padre; comunità dove ognuno, insieme agli altri, ascolta, prega, guarda l’altare e i simboli liturgici, sta in piedi, in ginocchio o seduto. Lì, il comune silenzio e il raccoglimento fanno spazio all’incontro con l’Invisibile; lì, ogni voce non parla ma prega, poiché ogni gesto e parola, sguardo e canto, o è preghiera o non è. E così la comunità si genera e cresce, nasce prossimità, condivisione e servizio.

Ma se i sacramenti accompagnano i momenti di gioia e di dolore, di speranza e perdono, la fonte della Chiesa, della vita cristiana, il vertice della Liturgia e della gloria di Dio, è la divina Eucaristia, memoriale del Calvario.

Dove troviamo qui la gloria di Dio, la maestà del Sinai, l’ebbrezza dell’Oreb, la provvidenza nel deserto, il trionfo della Terra promessa? Tutto è presente nel mistero eucaristico, presenza reale del Corpo dato e del Sangue versato di Gesù. Questo mistero d’amore ci riscatta dal peccato e ci restituisce alle braccia del Padre. Ecco la gloria. Sul Calvario essa risplende sulla croce, supremo e sovrano atto d’amore per noi: Gesù si fida e si affida al Padre perché lo ama, e in Lui ama il mondo.

Ma la gloria si compie se – all’amore di Cristo – risponde il nostro amore e, prima ancora, se ci lasciamo amare da Lui. Ecco la gloria compiuta. Non è forse questa la vera partecipazione alla Messa? Affidarsi alla volontà divina, consegnarsi a Lui che amandoci si dà a vedere a noi, ci libera e ci immette nella vita.

Ecco le nostre Chiese: non sono case vuote, luoghi di ricordi passati e di fantasmi inesistenti, sono bensì dei luoghi sacri, cioè pieni del mistero del Dio vivente, dove il mondo invisibile si offre alla nostra umanità nelle immagini più care e nei santi segni, dove la Presenza di Dio si fa visibile agli occhi dell’anima, e si dona a noi se gli apriamo il cuore.

Cari Amici, ricordare questa duplice consacrazione è un dono per voi, per chi verrà, per tutti: è come festeggiare il compleanno di una persona cara, una festa di famiglia. Uniti gli uni agli altri insieme al vostro Parroco, stretti attorno all’altare dell’Eucaristia, attorno alla Santa Vergine, continuate nel solco delle tradizioni della fede che i vostri ragazzi devono conoscere e imparare ad avere care. Il mondo moderno sembra indifferente e supponente nei confronti del mondo dello spirito, ma in realtà lo desidera poiché intuisce che solo Dio può riempire il cuore, e che solo l’eternità è il senso del tempo. Non temete: la chiesa è grembo, casa, rifugio, sorgente di luce, di coraggio e di forza, è fonte di gioia da gustare e da moltiplicare donandola a tutti.

Sì, Dio non è assente dal mondo, e l’uomo ne sente un crescente bisogno. Tocca a noi essere araldi umili e convinti della sua Presenza d’amore.





-------------
Omelia pronunciata ad Adro (Bs) nella S. Messa del 25 settembre 2022 per i 180 anni della Consacrazione della Chiesa di San Giovanni Battista e per i 500 anni della Chiesa di S. Maria Assunta in Castello.

venerdì, maggio 30, 2025

Topologia Categoriale e morfogenesi spirituale dell'architettura organica cristiana, di Carlo Sarno


Topologia Categoriale e morfogenesi spirituale dell'architettura organica cristiana

di Carlo Sarno





INTRODUZIONE

La topologia è una disciplina con significati specifici in vari campi, ma il suo uso più comune si riferisce a una branca fondamentale della matematica.

In Matematica
La topologia è lo studio delle proprietà geometriche delle figure e degli spazi che rimangono invariate anche se sottoposti a deformazioni continue, come stiramenti o piegature, senza che avvengano rotture o incollature di punti.
Concetti fondamentali: A differenza della geometria euclidea, che si occupa di misure come lunghezze e angoli, la topologia si concentra su concetti come la vicinanza, la connessione e la forma generale. Un famoso esempio topologico è l'equivalenza tra una tazza da caffè e una ciambella (toro), poiché entrambi hanno un solo "buco" e possono essere trasformati l'uno nell'altro tramite deformazione continua.
Rami: I principali rami includono la topologia generale (o degli insiemi di punti), la topologia algebrica e la topologia geometrica.

In Altri Campi
Il termine viene utilizzato anche in contesti non matematici:
Informatica: La topologia di rete descrive la disposizione fisica o logica dei dispositivi (nodi) e delle connessioni in una rete informatica.
Biologia/Chimica: Si parla di topologia molecolare per descrivere la forma e l'organizzazione spaziale delle molecole, che ne influenza l'attività biologica.
Medicina: In ostetricia, si riferisce all'esame dei rapporti spaziali tra il feto e il canale pelvico.
Psicologia: La psicologia topologica (di Kurt Lewin) ha utilizzato concetti spaziali mutuati dalla topologia geografica per descrivere le relazioni tra l'individuo e l'ambiente psicologico.



TOPOLOGIA

Approfondimento sulla Topologia Matematica 
La topologia è lo studio delle proprietà degli spazi che rimangono invariate sotto omeomorfismi, ovvero deformazioni continue, senza strappi, tagli o incollature. I concetti chiave includono la continuità, la connessione e la compattezza. 

Concetti Fondamentali 
Spazi Topologici: Il concetto di "spazio" in topologia è molto più generale rispetto allo spazio euclideo. Uno spazio topologico è semplicemente un insieme X dotato di una "topologia", che è una collezione di sottoinsiemi (chiamati "aperti") che soddisfano determinati assiomi che definiscono la nozione di "vicinanza" e "continuità" senza l'uso di distanze precise.
Omeomorfismo: Due spazi si dicono topologicamente equivalenti (o omeomorfi) se è possibile trasformare l'uno nell'altro con una deformazione continua e reversibile (un omeomorfismo). L'esempio classico è che una sfera non è topologicamente equivalente a una ciambella, perché la ciambella ha un "buco" che non può essere creato o eliminato tramite deformazione continua.
Invarianti Topologici: Sono proprietà che non cambiano durante un omeomorfismo, come il numero di buchi (genere), la connessione o la compattezza. Sono strumenti potenti per dimostrare che due spazi non sono topologicamente equivalenti.

Principali Branche 
Topologia Generale (o degli insiemi di punti): Si concentra sulle definizioni di base e sulle costruzioni, come gli spazi topologici, le funzioni continue e le proprietà come la connessione e la compattezza. È la base per gran parte dell'analisi matematica moderna.
Topologia Algebrica: Utilizza strumenti dell'algebra astratta, come i gruppi (es. il gruppo fondamentale) e gli anelli, per studiare gli spazi topologici. Converte problemi topologici in problemi algebrici, spesso più facili da risolvere.
Topologia Geometrica: Studia le varietà e le mappe tra di loro, spesso concentrandosi su dimensioni basse (fino a 3 o 4). 

Applicazioni Pratiche e in Altri Campi 
Oltre alla matematica pura, i concetti topologici hanno applicazioni in diverse aree.
Informatica: Topologia di Rete La topologia di rete si riferisce alla disposizione fisica (cavi, computer) o logica (flusso dei dati) dei componenti di una rete informatica. I tipi comuni includono: 
A Bus: Tutti i dispositivi sono collegati a un singolo cavo principale.
Ad Anello: I dispositivi sono collegati in un ciclo chiuso.
A Stella: Tutti i dispositivi si collegano a un hub o switch centrale.
A Mesh (maglia): Ogni dispositivo è interconnesso con molti altri, offrendo maggiore resilienza. 

Scienze Naturali 
Biologia e Chimica: La topologia molecolare esamina la forma spaziale e l'organizzazione delle molecole, inclusa la "topologia circuitale" dei polimeri ripiegati, che ne determina l'attività biologica.
Geografia e GIS (Sistemi Informativi Geografici): La topologia è fondamentale per definire e far rispettare le relazioni spaziali tra gli elementi geografici (punti, linee, poligoni), come garantire che i poligoni adiacenti non si sovrappongano o che le strade si intersechino correttamente. È essenziale per analisi di rete, come la pianificazione dei percorsi su una mappa della metropolitana.



TOPOLOGIA CATEGORIALE

La topologia categoriale è un'area di studio che si colloca all'intersezione tra la topologia e la teoria delle categorie.
Mentre la topologia tradizionale studia gli "spazi topologici" individuali e le funzioni continue tra di essi, la topologia categoriale adotta una prospettiva più astratta, utilizzando il linguaggio e gli strumenti della teoria delle categorie per analizzare le relazioni e le strutture comuni a diverse aree della topologia e, più in generale, della matematica.

Concetti Chiave
L'approccio categoriale alla topologia si concentra su:

Categorie come Oggetti di Studio: Invece di concentrarsi sui singoli spazi topologici, la topologia categoriale considera l'intera "categoria degli spazi topologici" (spesso denotata come Top), i cui oggetti sono gli spazi e i cui morfismi (frecce) sono le funzioni continue.

Funtori: Vengono utilizzati i funtori, che sono mappe tra categorie, per associare a oggetti topologici (come gli spazi) strutture algebriche (come i gruppi fondamentali o i gruppi di omologia), permettendo di tradurre problemi da un dominio all'altro (come avviene nella topologia algebrica).

Proprietà Universali e Aggiunzioni: La topologia categoriale pone grande enfasi sulle proprietà universali e sulle aggiunzioni tra funtori. Questi concetti astratti catturano l'essenza di molte costruzioni topologiche (come prodotti, coprodotti, limiti e colimiti) e offrono un modo elegante e unificato per descriverle.

Fondamenti della Matematica: In alcuni approcci, la topologia categoriale contribuisce a una visione alternativa e più flessibile dei fondamenti della matematica rispetto alla teoria degli insiemi tradizionale, offrendo un quadro per lo studio di strutture matematiche "prive di punti" (point-free).

In Sintesi
Invece di concentrarsi sulla nozione di punto e intorno, la topologia categoriale si concentra sulla nozione di continuità come morfismo fondamentale e studia le strutture e le relazioni che emergono quando si analizzano intere classi di spazi topologici e le loro interconnessioni. Fornisce un potente quadro astratto che unifica diverse branche della matematica.



MORFOGENESI TOPOLOGICA CATEGORIALE

La morfogenesi topologica categoriale non è un campo di studio standard o ampiamente riconosciuto come una singola disciplina unificata con una definizione precisa. Si tratta piuttosto dell'uso di concetti tratti dalla topologia e dalla teoria delle categorie per formulare nuovi approcci e modelli teorici per la morfogenesi, il processo biologico di formazione delle forme e delle strutture negli organismi viventi.
L'interesse in questo approccio nasce dalla constatazione che i tradizionali modelli genetici o puramente geometrici non riescono a spiegare completamente la complessità e l'auto-organizzazione delle forme biologiche.
Ecco come i due concetti si intersecano in questo contesto speculativo:

1. La Morfogenesi Topologica

La morfogenesi topologica si concentra sulle proprietà che non dipendono da misure precise (come lunghezze o angoli), ma dalla connettività e dalla forma generale (la topologia).

Deformazioni Continue: La crescita e lo sviluppo biologico sono processi di deformazione continua dei tessuti (invaginazioni, evaginazioni, piegature, ecc.). La topologia offre gli strumenti matematici per descrivere queste trasformazioni senza strappi, che sono fondamentali nel modellare come un semplice foglio di cellule (epitelio) si trasforma in un organo complesso.

Cambiamenti Topologici: In alcuni casi, avvengono cambiamenti topologici discreti, come la formazione o la chiusura di un "buco" (es. la chiusura del tubo neurale). La topologia fornisce un linguaggio per classificare questi eventi e le loro conseguenze strutturali.

2. L'Approccio Categoriale

L'uso della teoria delle categorie offre un quadro astratto per gestire la complessità e le relazioni tra diversi livelli di organizzazione biologica:

Astrazione e Unificazione: La teoria delle categorie permette di descrivere le relazioni tra i diversi "oggetti" biologici (cellule, tessuti, organi) e i loro processi (segnalazione chimica, divisione cellulare) in modo unificato.

Gerarchie Dinamiche: Il linguaggio delle categorie è adatto per descrivere le gerarchie e i livelli di organizzazione che si formano durante lo sviluppo. Permette di modellare come le regole a livello microscopico (comportamento cellulare) si traducono in forme macroscopiche.

Invarianti e Trasformazioni Naturali: Consente di identificare le proprietà (invarianti) che si conservano attraverso le varie fasi dello sviluppo, e di studiare le "trasformazioni naturali" (nel senso categoriale) che mediano il passaggio da una forma o stato all'altro.

In sintesi
La morfogenesi topologica categoriale non è una teoria consolidata, ma l'applicazione di un approccio metodologico avanzato che tenta di utilizzare la potenza unificante della teoria delle categorie e la flessibilità descrittiva della topologia per comprendere i principi astratti e le leggi che governano la formazione delle forme viventi.
È un'area di ricerca speculativa e interdisciplinare, spesso utilizzata in contesti teorici (come la cibernetica, la biologia teorica e la filosofia della scienza) per sviluppare nuovi modelli qualitativi della dinamica dei sistemi complessi.



TEORIA DEI "PONTI" DI OLIVIA CARAMELLO

La relazione tra questi concetti si basa sul lavoro della matematica italiana Olivia Caramello e sulla sua Teoria dei Ponti (Bridges), che sfrutta la teoria dei topoi per unificare diverse teorie matematiche e, potenzialmente, per modellare processi complessi come la morfogenesi biologica.

La Teoria dei Topoi come "Ponti" (di Caramello)

Olivia Caramello ha sviluppato un approccio innovativo in cui i topoi (singolare: topos), che sono un tipo speciale di categoria con una struttura logica interna molto ricca, fungono da "ponti unificanti" tra diverse teorie o domini matematici, che altrimenti sarebbero scollegati.

L'Idea Centrale: Un topos può essere visto come un "mondo immaginario" o un universo matematico ideale, nel quale diverse teorie possono essere "rappresentate" o "interpretate" in modi differenti. Identificando le proprietà che rimangono invariate in queste diverse rappresentazioni (gli invarianti topos-teoretici), è possibile trasferire informazioni e risultati da una teoria all'altra.

Unificazione e Trasferimento di Informazioni: Questo processo permette una "morfogenesi matematica" (nel senso di formazione di nuove conoscenze) guidata da questi invarianti. I calcoli complessi in un dominio possono diventare semplici nel mondo "immaginario" del topos, e i risultati possono essere ritradotti nel dominio originale.

Relazione con la Morfogenesi Topologica Categoriale
La relazione con la morfogenesi (biologica) è di tipo metodologico e concettuale:

Modellazione della Complessità: La morfogenesi biologica è un processo estremamente complesso che coinvolge interazioni a molteplici scale (geni, cellule, tessuti, organi). I topoi, grazie alla loro capacità di gestire logiche non booleane e di unificare prospettive diverse, offrono un linguaggio astratto e potente per modellare queste complesse relazioni gerarchiche.

Invarianti del Processo: L'approccio topologico categoriale cerca di identificare le proprietà essenziali (invarianti) della formazione delle forme biologiche, indipendentemente dai dettagli fisici o chimici specifici. La teoria dei ponti di Caramello fornisce un metodo sistematico per scoprire e sfruttare tali invarianti, utilizzando i topoi come strumenti per "classificare" e "comparare" diverse descrizioni dello sviluppo.

Un Nuovo Linguaggio: Invece di usare solo equazioni differenziali o simulazioni al computer, l'uso dei topoi offre un quadro logico e geometrico-categoriale per formulare nuove domande e ipotesi sulla morfogenesi.

In sintesi, la teoria dei ponti di Caramello offre un quadro teorico all'avanguardia per l'approccio speculativo della morfogenesi topologica categoriale, fornendo gli strumenti per unificare prospettive biologiche e matematiche diverse in un unico, coerente universo di pensiero.



ARCHITETTURA ORGANICA CRISTIANA

I concetti di morfogenesi topologica categoriale e la teoria dei topoi di Caramello appartengono a un dominio di matematica teorica molto astratta.
La loro interazione con l'architettura organica cristiana è puramente metaforica e filosofica, non tecnica o applicativa.

Interazione Filosofica e Metaforica
La relazione emerge a livello di principi comuni riguardanti la struttura, l'unità, la complessità emergente e il simbolismo:

1. L'Unità e la Totalità Organica (Metafora Categoriale)

Architettura Organica Cristiana: Questo stile (reso famoso da architetti come Antoni Gaudí, che si ispirava profondamente alla natura e alla fede) enfatizza l'integrazione totale tra forma, funzione, materiali e contesto spirituale. La chiesa non è solo un edificio, ma un organismo vivente, un'immagine del Corpo di Cristo, dove ogni parte è essenziale per il tutto.

Concetto Categoriale: La teoria delle categorie si concentra sull'interconnessione tra le parti e sulla conservazione della struttura nell'insieme (la categoria). Fornisce una metafora potente per descrivere un sistema in cui le relazioni (morfismi) sono fondamentali quanto gli oggetti stessi (gli elementi architettonici).

2. La Morfogenesi come Processo Creativo

Architettura Organica Cristiana: La forma dell'edificio "cresce" in modo naturale, spesso prendendo ispirazione dalle forme biologiche (rami d'albero come colonne, nervature gotiche che ricordano le foglie). Il progetto è un processo dinamico, non l'imposizione di una scatola geometrica rigida.

Concetto di Morfogenesi: La matematica topologica descrive come le forme complesse emergono da processi di deformazione continua e auto-organizzazione. Questo risuona con l'idea di un edificio che si sviluppa come un organismo, plasmato da forze spirituali e funzionali.

3. I Topoi come "Universi di Senso" (Metafora Simbolica)

Architettura Organica Cristiana: Ogni elemento architettonico è carico di un profondo simbolismo teologico. L'edificio intero è un "mondo" o un "universo" simbolico che racconta la storia della salvezza, dove luce, spazio e materiali hanno significati specifici.

Concetto di Topos: Un topos è definito da Olivia Caramello come un "universo matematico" capace di interpretare diverse logiche e teorie. Metaforicamente, l'edificio cristiano può essere visto come un "topos" architettonico: un ambiente coerente dove le diverse "teorie" (liturgia, teologia, estetica, funzionalità) si fondono in un'unica realtà simbolica e strutturale.

Conclusione
Non c'è un'applicazione tecnica diretta: non si usano i funtori per calcolare la resistenza di un arco di Gaudí.
Piuttosto, l'architettura organica cristiana e la matematica avanzata dei topoi condividono una profonda ricerca di principi unificanti. Entrambe le discipline tentano, nei rispettivi linguaggi, di descrivere come l'armonia e la coerenza emergano dalla complessità, e come le strutture (siano esse chiese o teorie matematiche) possano conservare un "senso" profondo attraverso diverse trasformazioni.



MORFOGENESI SPIRITUALE DELL'ARCHITETTURA ORGANICA CRISTIANA

La relazione tra questi concetti astratti e la morfogenesi spirituale dell'architettura organica cristiana è profondamente radicata nell'analogia e nella metafora, offrendo un quadro concettuale per interpretare i principi che guidano lo sviluppo sia della forma fisica dell'edificio che del suo significato spirituale.

Si tratta di un'interazione tra:
La Morfogenesi Biologica/Matematica: Come le forme complesse emergono da regole e processi.
La Morfogenesi Spirituale/Architettonica: Come la struttura fisica di un luogo di culto incarna ed esprime una verità teologica.

Il Concetto di Morfogenesi Spirituale nell'Architettura Cristiana
L'architettura organica cristiana, come quella di Antoni Gaudí con la Sagrada Familia, considera l'edificio non come un oggetto statico e puramente funzionale, ma come un organismo vivo che cresce e si sviluppa in armonia con la natura e la fede.

La "morfogenesi spirituale" si riferisce al processo con cui l'architettura:
Imita la Creazione Divina: Utilizza forme naturali (alberi, rami, ossa, conchiglie) come linguaggio strutturale, riflettendo l'opera di Dio Creatore.

Guida l'Esperienza del Fedele: La forma dello spazio (l'uso della luce, l'altezza, la disposizione) è pensata per elevare lo spirito, per muovere il fedele da un mondo terreno a uno spirituale.

È Teologicamente Coerente: Ogni elemento ha un significato simbolico preciso che si integra in una narrazione teologica complessiva.

Interazione con i Concetti Matematici
I concetti di topologia categoriale e la teoria dei topoi di Caramello offrono metafore potenti per comprendere questi principi:

1. La Coerenza e la Totalità (Teoria delle Categorie)
Metafora: La teoria delle categorie enfatizza che le relazioni sono fondamentali quanto gli oggetti.
Applicazione Spirituale: Nell'architettura cristiana, il significato spirituale emerge dalla relazione tra le parti (altare, navate, vetrate) e il tutto (l'edificio come "Corpo Mistico" o "Città di Dio"). L'approccio categoriale offre un modello astratto di questa coerenza sistemica, dove l'integrità spirituale (l'invariante) è mantenuta attraverso le diverse "morfogenesi" (le fasi di costruzione o i diversi stili).

2. L'Invarianza della Forma Essenziale (Topologia)
Metafora: La topologia studia le proprietà che rimangono invariate sotto deformazioni continue (es. tazza e ciambella).
Applicazione Spirituale: La "forma essenziale" della chiesa come luogo di culto rimane invariata (topologicamente equivalente) sia che si tratti di una basilica romanica, gotica o moderna. L'edificio può subire enormi deformazioni stilistiche e materiali, ma la sua funzione e topologia sacra (es. la processione verso l'altare) si conservano. La topologia aiuta a pensare a ciò che è essenziale al di là dell'estetica.

3. I Topoi come "Universi di Fede" (Teoria dei Topoi di Caramello)
Metafora: I topoi sono "ponti unificanti" e "universi matematici" che interpretano logiche diverse.
Applicazione Spirituale: L'edificio sacro è un topos in cui diverse "logiche" coesistono e si uniscono in un'unica esperienza: la logica della struttura fisica, la logica della liturgia, la logica del simbolismo biblico. L'architettura organica cristiana cerca di creare un universo coerente e unificato dove questi strati di significato si interconnettono in modo armonico.

In definitiva, questi concetti matematici non sono istruzioni per costruire chiese, ma offrono un linguaggio di precisione per descrivere l'intuizione profonda che guida l'architetto cristiano: l'idea che la forma, la struttura e lo spirito siano intrinsecamente legati e si sviluppino insieme in un processo organico e unificato.










mercoledì, maggio 28, 2025

Gorizia, una città bella dove si vive la gioia del Vangelo, di mons. Carlo R. M. Redaelli


MONS. CARLO ROBERTO MARIA REDAELLI

GORIZIA, UNA CITTÀ BELLA DOVE SI VIVE LA GIOIA DEL VANGELO
L’omelia dell’Arcivescovo per la solennità dei Santi Patroni di Gorizia, Ilario e Taziano



Anche quest’anno il Signore di dona la grazia di celebrare la festa dei Santi Patroni di questa città: Ilario e Taziano. Patroni non perché persone illustri, uomini di studi, di scienza, di cultura, di impegno sociale, ecc. degni di ricevere il premio che anche oggi verrà assegnato. No: non hanno ricevuto alcun premio, se non la morte a causa di Cristo. Non hanno avuto alcun merito particolare se non quello di aver preso sul serio il Vangelo: “se qualcuno vuol venire dietro di me… Se qualcuno vuole salvare la propria vita…”. Ilario e Taziano hanno dato la vita per il Vangelo. Si può dare la vita solo per qualcosa ritenuto fondamentale e necessario, per un valore più importante di tutti gli altri.

Ma che cosa è questo Vangelo? E’ solo un valore religioso, che dice qualcosa soltanto a chi crede e che giustamente è attaccato alla sua fede fino al punto da dare la vita per essa? Sono quindi patroni che propongono alla nostra città solo valori religiosi? In un certo senso sì, ma che cosa significa l’espressione “valori religiosi”, che cosa vuol dire “Vangelo”?

Possiamo rispondervi facendoci una domanda: se potessimo chiedere oggi a Ilario e Taziano come vorrebbero la città di Gorizia, che cosa risponderebbero? Una città dove tutti vanno in chiesa, dove tutti pregano, dove tutti pensano alla vita eterna, dove tutti sono moralmente ineccepibili in famiglia, sul lavoro, nella società…

Una città dove tutte le sere i giovani si trovano in chiesa a fare adorazione, dove i vecchi recitano tre rosari al giorno, dove ci si confessa una volta alla settimana, dove ogni domenica c’è una processione per le vie del centro, ecc. In poche parole una “città-convento”.

E’ questa la città di Gorizia che i nostri patroni vorrebbero? O è quella che pensiamo che desidererebbero partendo dalla convinzione che la proposta del Vangelo è qualcosa per preti e suore, qualcosa di un po’ grigio, di un po’ triste, di una vita un po’ sempre quaresimale…?

Del resto anche i santi e le sante – ne siamo convinti… – sono personaggi per definizione fuori dal mondo, un po’ strani, al limite funzionali solo al circo mediatico come la “santa” de La Grande Bellezza.

Ma il Vangelo è questo? No, il Vangelo non è una cosa triste, che propone una vita grigia e un po’ ammuffita. E il Vangelo non ha anzitutto e solo l’intento di farci andare in paradiso, vuole invece farci vivere bene qui, una vita bella, piena, gioiosa. Non sarà per caso che papa Francesco abbia intitolato il suo primo documento ufficiale “la gioia del Vangelo”.

Qual è allora la Gorizia che i nostri patroni pensano per noi, loro che hanno dato la vita per qualcosa di bello in cui credevano profondamente? Non una città convento, immersa nel silenzio contemplativo; non una città grigia, scoraggiata e penitenziale, ma una città viva, felice, gioiosa, vivace. Perché il Vangelo è gioia, è felicità, è amore, è dono.

Una città dove, perché no?, i giovani preghino certo qualche minuto ogni sera, ma proprio dalla gioia della preghiera trovino poi la possibilità di vivere momenti belli di gioia, di compagnia, di divertimento; un divertimento sano e non di dissipazione – quasi uno stordirsi per dimenticare il grigiore quotidiano -, un divertimento che coinvolga tutti e non escluda nessuno, un divertimento che dia un’aria giovane e gioiosa alla nostra città. Una ventata di giovinezza e di novità, portata da giovani che “non si facciano rubare la speranza” (papa Francesco), ma siano intraprendenti nel costruire il proprio futuro, nell’immaginare nuovi lavori e nel dare il proprio contributo all’amministrazione della cosa pubblica.

Una città dove gli anziani dicano, certo, il rosario, ma da quella preghiera trovino la forza per non sentirsi esclusi, per non chiudersi nella lamentela o nella malinconia, per dare una mano secondo le loro possibilità.

Una città dove gli adulti vadano a messa alla domenica, ma per comprendere il senso prezioso della vita quotidiana e imparare a trovare la forza per impegnarsi nel resto della settimana nel lavoro, nello studio, nelle relazioni sociali con dedizione, fantasia, capacità di intrapresa, disponibilità a creare qualcosa di bello e di geniale per loro e per gli altri.

Una città dove le giovani famiglie ritrovino la gioia di aprirsi con coraggio alla vita e si sentano sostenute in questo prezioso compito non solo dalla fede nel Dio della vita, ma dalla favorevole mentalità diffusa e dalle strutture della società.

Una città dove, trovandosi molti a messa uniti dall’ascolto della stessa Parola e nutriti della stessa Eucaristia, si impari ad accogliersi tutti nella diversità e nelle preziosità di ciascuno, vincendo vecchi e nuovi pregiudizi, lasciando perdere rivendicazioni e gelosie e beghe da cortile, capaci di collaborare tra credenti nelle diverse fedi e anche tra credenti e non credenti in nome della stessa umanità che tutti ci accomuna.

Una città dove si legga e si mediti di più il Vangelo, ma per imparare a farsi prossimo degli altri, a mettersi a servizio dei più bisognosi, a stare al passo di chi non c’è la fa. Ma anche a produrre cultura valorizzando la presenza delle sedi universitarie e di molti istituti culturali.

Questa, penso, sia la Gorizia che hanno in mente per noi i nostri patroni. Ci diano una mano per realizzarla. La diano a noi credenti, anche generosi e impegnati, ma spesso scoraggiati e delusi. La diano alle parrocchie della città, perché vivano ancora di più una vera comunione anche con diverse accentuazioni. La diano anche a chi, battezzato, non viene più in chiesa, ma crede che valga la pena vivere per qualcosa di bello e, forse, desidera riscoprire in modo nuovo il Vangelo. La diano anche ai credenti di altre religioni, che sono convinti che ci sia Qualcuno per cui valga la pena vivere. La diano a uomini e donne in ricerca, perché non si stanchino di cercare e di sperare.

Quella speranza che deve essere di tutti e che può rendere la nostra città, una città in cui tutti si sentono accolti e valorizzati, in una parola: una città bella dove si vive la gioia del Vangelo.

† Vescovo Carlo




----------------

sabato, maggio 24, 2025

Città compassionevoli: comunità come luoghi di solidarietà, di Valeria Ferrari


CITTÀ COMPASSIONEVOLI

COMUNITÀ COME LUOGHI DI SOLIDARIETÀ

di Valeria Ferrari




Anche se in Italia ne abbiamo parlato ancora poco, nel mondo sta prendendo forma un’idea molto interessante, già esistente in numerose città estere, come ad esempio Plymouth in Inghilterra, Colonia in Germania, Vic in Spagna, Buenos Aires in Argentina e tante altre, quella delle “città compassionevoli” oppure caring community. Con il termine si indicano una serie di comunità, che possono essere più o meno grandi, che riconoscono che prendersi cura gli uni degli altri in momenti di crisi e di perdita non è un compito esclusivo dei servizi sanitari e sociali, ma è una responsabilità di tutti/e.

È un modello di salute pubblica che incoraggia la partecipazione comunitaria nella cura delle persone, promuovendo il benessere e il rispetto reciproco tra gli abitanti e adottando pratiche e politiche che favoriscono la solidarietà, l’inclusività e il supporto agli individui più vulnerabili.

In queste città si cerca di affrontare le sfide sociali, come la povertà, l’isolamento sociale e la discriminazione, creando reti di supporto per chi ne ha bisogno. Possono esserci iniziative come programmi di assistenza sanitaria generalizzata, spazi pubblici inclusivi, progetti di volontariato e supporto a chi soffre di malattie mentali o dipendenze. L’obiettivo è costruire una comunità in cui le persone si sentano accolte e rispettate, e dove c’è un impegno collettivo a prendersi cura del prossimo.

Affinché questa cura estesa alla comunità possa essere efficace, le reti di solidarietà devono essere preparate a sostenere tale ruolo, apprendendo cosa dire e cosa fare per essere d’aiuto a chi affronta l’esperienza della malattia, della vecchiaia, del morire e del lutto. Le città compassionevoli si propongono di soddisfare i bisogni delle persone anziane, di chi convive con malattie potenzialmente mortali e di chi ha subìto una perdita, non solo dal punto di vista sanitario.

Inoltre, in queste città ci si preoccupa del rispetto delle differenze sociali e culturali. L’emarginazione (causata da razzismo, sessismo, discriminazione…) è una preoccupazione, perché crea morte e perdita nella vita altrui, talvolta simbolicamente, talvolta concretamente e fisicamente. Infine, le città compassionevoli si fanno carico di garantire cure palliative e supporto al lutto, e di inserirli nella loro pianificazione politica di governo locale, evitando che la morte e la perdita restino esperienze private e individuali, promuovendo piuttosto la solidarietà, il rispetto e la fiducia nella cittadinanza, la dimensione comunitaria e conviviale e l’ampliamento delle reti di collaborazione. La maggior parte di esse, ma non tutte, utilizza la Carta delle città compassionevoli come base per sviluppare politiche e azioni sociali e, spesso, per sostenere pubblicamente coloro che convivono con malattie, perdita e dolore, organizzano eventi o festival.

Per diventare una città compassionevole è necessario intraprendere una serie di principi e azioni concrete che permettano poi di entrare nella rete internazionale.

Il tema è stato il centro dell’evento conclusivo del progetto “Verso una città compassionevole: Lodi si narra”, che si è svolto a Lodi il 1° febbraio 2025 per condividere i risultati del progetto condotto nel 2024 e le prospettive per il 2025, con l’obiettivo di realizzare la caring community di Lodi. Il progetto è sostenuto, oltre che dall’Amministrazione comunale, anche da numerose associazioni del territorio e punta sulla cosiddetta “Medicina narrativa”, approccio alla pratica medica basato sulla partecipazione attiva delle persone coinvolte che valorizza le storie e le narrazioni delle/dei pazienti come parte integrante della cura e della comprensione della salute, riconoscendo che le esperienze individuali, le emozioni e le prospettive sono fondamentali per una comprensione più completa della singola condizione di salute.

L’evento è stato in gran parte condotto da Danila Zuffetti, direttrice del programma caring community lodigiana e fondatrice di NaMPaC Model (Narrative Medicine in Palliative Care). Come lei stessa racconta, ciò che l’ha ispirata per la realizzazione del progetto sono state le “città invisibili” narrate da Italo Calvino, connesse da relazioni e da rapporti umani, che mettono in contatto una rete di persone e offrono aiuto a chi si trova in difficoltà.

Il progetto è nato il 1° febbraio 2024 e, a oggi, coinvolge 23 enti, contro i soli 8 di partenza. Ha interessato, e continua a interessare, una comunità intera, grazie a diverse collaborazioni che hanno compreso gli oratori, le scuole, i centri per anziani, il carcere di Lodi e così via, toccando diversi ambiti tra cui quello sociale, sportivo, educativo e culturale.

L’obiettivo è anche quello di estendere l’iniziativa a diverse realtà del Lodigiano (già in atto con le comunità di Codogno, Casalpusterlengo e Massalengo), per diffondere sempre di più l’idea che la compassione possa migliorare la qualità della vita e ridurre le disuguaglianze.

Per fare ciò la comunità deve essere sensibilizzata, in modo tale da rendere tutte/i consapevoli del fatto che, così come si può essere curati, si può essere anche curanti, e aiutare chi si trova in una situazione difficile dalla quale non riesce a uscire. In questo risiede l’importanza di organizzare incontri aperti al pubblico e alle scuole per coinvolgere la popolazione e sfidare tabù, come il tema della morte, una realtà che fa parte della vita di ogni essere umano, spesso ignorata o evitata nelle conversazioni quotidiane. Tuttavia, parlarne può aiutare a ridurre la paura e l’ansia che molte persone provano nei suoi confronti, permettendo una maggiore accettazione della sua inevitabilità. 

A questo proposito, infatti, il 13 settembre 2024 a Lodi è stato organizzato da Danila Zuffetti il cosiddetto “death cafè”, cioè uno spazio culturale dove incontrarsi e dialogare in maniera conviviale sui grandi temi: il senso dell’esistenza, la malattia, la cura, la vita stessa e la morte. L’idea su cui è nato l’evento è quella di costruire comunità resilienti in grado di affermare e sostenere la vita, partendo proprio dalla consapevolezza della vita e della morte
La scelta di discutere del tema della morte sorseggiando un tè o un caffè con una fetta di torta ricalca la visione originaria del sociologo Bernard Crettaz: «Niente segna la comunità dei vivi come la condivisione di cibo e bevande». Bere e mangiare, azioni normali di ogni giorno, contribuiscono infatti a dare all’incontro un’aria di informalità e rilassatezza, mitigando le angosce più profonde. 

In conclusione, le città compassionevoli non sono solo un ideale lontano, ma una possibilità concreta per il futuro delle nostre comunità. Quando la compassione diventa un valore condiviso, essa ha il potere di trasformare la vita quotidiana, creando spazi dove le persone si sentono ascoltate, rispettate e sostenute. Ovviamente, per far sì che ciò accada, non possiamo aspettare che la compassione arrivi da sola, ma dobbiamo, tutte/i insieme, costruirla attivamente, nelle nostre strade, nei nostri quartieri, nelle nostre vite.




-------------------

lunedì, maggio 05, 2025

Ri-Progettare per tutti un patrimonio architettonico proiettato nel futuro, di mons. Mauro Piacenza

 

PONTIFICIA COMMISSIONE PER I BENI CULTURALI DELLA CHIESA

RELAZIONE DI S.E. MONS. MAURO PIACENZA

Giornata di studio sul tema
"Ri-Progettare per tutti 
un patrimonio architettonico proiettato nel futuro"

Camera dei Deputati, Roma
   22 marzo 2004

 


Ritengo quanto mai importante nel nostro tempo interrogarsi sulla progettazione architettonica e soffermarsi su quanto si sta facendo per permettere a tutti, ed in particolare ai portatori di handicap, di poter vivere in ambienti accoglienti e confortevoli.

Ringrazio, pertanto i promotori dell'odierna Giornata di studio, che credo consentirà a tutti i partecipanti di conoscere meglio la realtà italiana, quanto nel nostro magnifico Paese si sta facendo per ri-progettare le città al fine di farle ri-abitare con beneficio materiale e spirituale di tutti.

L'architettura rappresenta l'intervento dell'uomo sull'ambiente, ha una connotazione intrinsecamente antropologica e un effetto urbanizzante. In essa si registra l'evoluzione delle abilità e dei bisogni della comunità umana, tanto sul piano materiale, quanto su quello spirituale. Nelle formulazioni spaziali "l'homo faber" trascende se stesso, astrae la propria immagine, esterna l'immaginario, estetizza i bisogni, esprime i significati ultimi, dà corpo agli archetipi ideali, indica le attese soprannaturali, disegna le aree sacrali.

Valore simbolico degli elementi architettonici

Con il circoscriversi dello spazio naturale, gli elementi architettonici si corredano di valore simbolico, poiché alla funzione materiale si connette quella spirituale, avviando un regime di relazioni interpersonali che trovano riscontro nei volumi composti a misura d'uomo.

La comune radice sanscrita dei termini cultura e culto testimonia l'indomita volontà dell'uomo di modellare lo spazio onde conformarlo ai bisogni del corpo e dello spirito. Ne deriva la polis che è icona antropologica che rivela la capacità politica, sociale e religiosa dell'uomo.

Già Demostene sentenziava: "Guai a quella città che non trova posto per il tempio". Riprogettare la città dell'uomo significa allora corrispondere ai bisogni materiali e spirituali degli abitanti, con particolare attenzione dei più deboli e particolare impegno per simboleggiare l'insopprimibile dimensione spirituale.

L'architettura urbana si pone in tal senso come esternazione antropologica che codifica la progressiva presa di possesso dell'ambiente da parte della comunità umana. Essa partecipa della cultura come insigne e, abitualmente, duratura manifestazione.

Non è estranea dal riportare in filigrana la visione del mondo sottesa a produttori e committenze; è un'affascinante narrazione di pietra dove diventa evidente l'impostazione filosofica di una cultura; è il "termine" che permette di risalire alle abilità tecniche e al tessuto ideologico di una civiltà.

Nelle sue molteplici tipologie l'architettura presenta il rapporto tra uomo e ambiente, descrive società e cultura, distingue funzioni e bisogni, specifica ruoli e classi, indica religioni e spiritualità. Il palinsesto architettonico di una civiltà rappresenta il più consistente deposito della memoria dove ogni generazione firma il proprio passaggio stabilendo con il passato un rapporto di sviluppo, di conservazione, di sacralizzazione, di damnatio memoriae; nel contempo, configura il tentativo titanico o nichilista di trasmissione delle proprie imprese ai posteri.

Tutte le civiltà si specificano e si esemplarizzano nell'architettura e nell'arte, che diventano segno sensibile del genius loci e dello ius loci. Nelle costruzioni civili e religiose la capacità socio-politica, tanto delle classi dirigenti quanto dell'intera collettività, è coniugata al genio compositivo, tanto di artisti quanto di architetti. Non per nulla fortunate circostanze storiche hanno permesso in ogni parte del mondo impianti urbani di straordinario valore artistico e di forte connotazione spirituale.

In particolare, il cristianesimo ha attivato nei confronti dei popoli evangelizzati importanti processi di inculturazione ed acculturazione. Questi hanno cagionato il consistente sviluppo dell'architettura, intendendola come paradigma artistico e sacrale capace di modellare la città in misura di un umanesimo integrale. La città diventa in tal senso, non solo luogo funzionale, ma agenzia formativa.

L'architettura riveste una notevole influenza sociale, poiché configura il "limite" dell'immaginario e delle costumanze elaborate da una collettività. Entro tale limite gli abitanti di un luogo possono - in misura maggiore o minore - socializzare tra loro, oltre che identificarsi nei confronti degli estranei. Portici, piazze, strade, "corsi", quartieri, mercati, stadi, pubblici edifici, spazi religiosi, ecc. sono luoghi di incontro che modellano gli usi e i costumi collettivi. Si genera pertanto un regime circolare tra sistema architettonico e ideologia sociale, per cui l'impostazione di una società si esplicita in un determinato ordinamento dell'architettura. Questo incide sulle abitudini dei singoli e, nel contempo, muta con il diversificarsi delle intenzioni sociali e dei bisogni individuali.

Nella mens cristiana l'architettura assume perciò valenza antropologica sotto molteplici aspetti. Anzitutto la città deve essere a misura d'uomo, così da riconoscere la dignità delle persone, di tutte le persone, sia nell'offrire dimore idonee al vissuto domestico, sia nel configurare servizi di pubblica utilità.

Aree di particolare rispetto e dignità devono poi essere quelle dedicate al culto divino. La chiesa edificio detiene un'intrinseca connotazione antropologica in quanto diventa, sia immagine del corpo mistico di Cristo, in cui Cristo è il capo e i fedeli sono le membra, sia la casa del "popolo di Dio", dove la comunità cristiana è convocata in santa assemblea e celebra l'incontro con il Signore.

La storia dell'architettura cristiana insegna che anche scuole, ospedali, ricoveri, orfanotrofi e, perfino, carceri devono esprimere le opere di misericordia attraverso cui annunciare il vangelo. Le stesse pietre e gli spazi in tale caso operano umanesimo, contribuiscono a determinare un umanesimo integrale che promuove l'uomo.

L'armonia architettonica, la bellezza artistica espandono l'uomo al di là dei suoi limiti (anche dell'handicap) ed educano l'uomo alla gratuità e gli permettono di superare visioni anguste ed egoistiche. La bellezza è cifra del mistero e richiamo al trascendente. È invito a gustare la vita e a sognare il futuro. Il bello, essendo "universale", fra l'altro getta ponti, è fattore di pacificazione.

La testimonianza di socialità, di artisticità e di spiritualità offerta dall'architettura, per quanto riguarda il tema dell'odierna giornata, dice anche apertura tra i popoli del mondo e diventa messaggio di liberazione per tutti gli uomini di buona volontà. Progettando bene, a misura d'uomo, si può veramente contribuire a quel vero umanesimo che sta alla base del progresso autentico.

In contesto cristiano l'architettura cultuale ha assunto abitualmente grande rilevanza sociale disegnando una particolare visione urbana e rurale. L'urbanizzazione ha trovato fulcro nei poli religiosi che hanno così identificato città, rioni, quartieri.

Nella città del futuro va pertanto evidenziata la felice congiunzione tra le case del vissuto domestico, gli edifici dell'impegno solidale e le case della preghiera, così da creare un'architettura differenziata e coinvolgente. Per i cattolici le case del culto diventano, in forza della fede eucaristica, le tende nelle quali si accampa il Dio-con-noi. Solo comprendendo questo si può capire la rilevanza e le caratteristiche dell'edificio chiesa in mezzo a tutti gli altri edifici.

Il rispetto della memoria storico-artistica

Ri-progettare per tutti significa allora rispettare la memoria storico-artistica italiana per continuare a far scuola di umanità attraverso le architetture del passato; significa ridare abitabilità agli spazi esterni e pubblici per non costringere nel privato; significa abbattere le barriere architettoniche, per un fatto di giustizia, di cultura e di civiltà, per estendere l'abitabilità; significa meglio armonizzarsi con l'ambiente naturale, significa altresì ridare ai poli cultuali l'effervescenza di catalizzatori sociali.

Del resto, l'architettura di ispirazione cristiana ha sempre giovato all'"economia" civile, ovvero alla retta amministrazione della casa dell'uomo.

La Bibbia considera con preoccupazione la città, poiché in essa l'uomo rischia di alienarsi con sicurezze illusorie. Ri-progettare la città significa allora offrire a tutti la sicurezza di essere accolti e accettati, nella tolleranza e nella pace.

Mauro Piacenza
Presidente della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa


-------------------

Fonte: www.vatican.va/roman_curia/pontifical_commissions/pcchc/documents/rc_com_pcchc_20040322_bishop-piacenza_it.html

mercoledì, aprile 30, 2025

Il grande sogno di Gaudì: glorificare Dio, di Maria Antonietta Crippa


Il grande sogno di Gaudì: glorificare Dio

di Maria Antonietta Crippa




Ieri mattina, 14 aprile 2025, Papa Francesco ha ricevuto in udienza il cardinale Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi, per la promulgazione di decreti riguardanti nuovi santi e beati. Tra altri ha autorizzato il decreto che riconosce venerabile, per virtù eroiche, Antoni Gaudì i Cornet (1852-1926), il grande catalano autore di molti progetti d’architettura, il più noto dei quali è la basilica della Sagrada Familia in Barcellona, tuttora in costruzione in uno stadio molto avanzato. È festa per coloro che hanno riconosciuto la sua umanità e i suoi eccezionali talenti: è festa per chi coordina, dirige e gestisce il multiforme cantiere, uno dei più straordinari, complessi e moderni, d’Europa; è festa per chi vi lavora guidando le altissime gru nel trasporto di pietre già modellate, o rifinendole con inserti di colorati mosaici, sia stando a terra che negli innumerevoli spiazzi che i ponteggi formano a diverse altezze.

È un momento di gioia per tutti, perché la Chiesa ha riconosciuto che un uomo ha vissuto eroicamente i propri rapporti umani e le proprie giornate di lavoro, ha trafficato eroicamente i propri talenti, ne ha fatto strumenti di una speranza di compimento delle capacità umane secondo il progetto di Dio. Sono molte le sue opere, sia civili che religiose. Alcuni studiosi ritengono suo capolavoro il Parco Güell, altri le sue Case, come Batllò e Milà o Pedrera, altri il Palazzo Güell, altri ancora la cripta della chiesa rimasta incompiuta nella Colonia di Santa Coloma de Cervellò, non lontano da Barcellona. Sono moltissime e tutte diverse le sue realizzazioni riconosciute e di grande pregio, spesso inserite nel movimento del modernismo, variante iberica dell’art nouveau europea. Ma lo storico Juan Bassegoda ha raccolto tracce innumerevoli di molte altre opere di disperse, come altari di chiese, arredi e e cori liturgici e piccole fabbriche sparse in giardini e parchi.

La grande incompresa, almeno per ora sul versante di gran parte della critica contemporanea, resta paradossalmente la Sagrada Familia, alla quale egli si è dedicato senza riserve per lunghi anni concentrandovi il meglio della propria consapevolezza liturgica e teologica, delle proprie invenzioni costruttive, del proprio senso del vivere entro e a favore della storia di un popolo, quello catalano segnato da dolorose tensioni sociali e ricco di umanità vibrante delle bellezze semplici della natura, del mare, delle montagne di Montserrat, della sua terra d’origine: il Camp di Tarragona e la città di Reus.




Ma è proprio in questa “cattedrale”, nelle evoluzioni del suo progetto, nella ideazione e realizzazione dei suoi cicli scultorei, nel raccoglimento che gli si impose come necessario per poter realizzarne una parte sufficiente a far comprende le logiche figurative, simboliche e costruttive messe a punto - in disegni e modelli - per chi ne avrebbe completata la costruzione, che è possibile cogliere la maturazione della sua religiosità e riscontrare il crescere in lui delle virtù teologali: fede, speranza e carità. Impossibile qui dettagliarle, ma ci restano volumi, anche in italiano, che raccontano lo scorrere di una vita lineare e semplice, ricca soprattutto di intensa e sofferta interiorità, che ce li fanno cogliere.

Aveva accettato nel 1883 di dirigerne il cantiere ritenendo di perseguire la più grande e la più gloriosa delle imprese, con l’orgoglio tipico di un architetto - colto e raffinato - che si concepiva “creatore”. Nell’umiltà più radicale, trent’anni dopo, arrivò a chiedere la carità per la sua prosecuzione; negli ultimi anni si immerse totalmente nella contemplazione di una Gerusalemme celeste che egli già vedeva, alla quale avrebbe potuto conformarsi la sua chiesa, posizionata nel terreno allora periferico dell’ampliamento urbano dell’architetto Cerdà, se qualcuno avesse assunto l’impresa temeraria di continuare un cantiere che non aveva paragoni. Gaudì era certo che sarebbe accaduto.

Molti amici, ecclesiastici e non, importanti e umili, gli restarono vicini, molti giovani studenti d’architettura lo frequentarono affascinati dalla sua capacità di immaginare. Amava partecipare assiduamente alle celebrazioni liturgiche, stare con tutti in processione, spiegare il proprio progetto. Mi disse una volta un sacerdote catalano di nome Ballarin, Gaudì era un piccolo uomo con un grande, gigantesco sogno: dare gloria a Dio non da solo, ma con tutto il suo popolo.




------------

lunedì, aprile 28, 2025

San Francesco patrono dell'ecologia, di fra Antonio


San Francesco patrono dell'ecologia

di fra Antonio
(frati minori cappuccini Toscana)




Con la bolla Inter sanctos del 29 novembre 1979 (stesso giorno e mese in cui Papa Onorio III nel 1223 la Regola bollata dei frati monori), Papa Giovanni Paolo II proclamava san Francesco d’Assisi patrono dell’ecologia, o meglio dei “cultori dell’ecologia”.

Il tema della difesa del creato ha all’interno della Chiesa radici lontane. In Genesi troviamo l’uomo, in stretta relazione col suo Creatore, posto nello splendido giardino che Dio aveva creato “perché lo coltivasse e lo custodisse” (Gn 2,15). Questi due verbi, presi dall’ambiente agreste, non solo prevedono per l’uomo un prendersi cura per il mantenimento della creazione (custodire), ma anche che si prodighi affinché progredisca, cresca, arrivi a una maturazione, a un compimento e porti frutti (coltivare).

San Francesco nella Creazione vedeva l’immagine riflessa del Creatore. Come in uno specchio contemplava in ogni essere l’anelito di amore e bellezza che l’aveva originato. Tutto ciò che esisteva lo portava a lodare il Dio Onnipotente, quale Padre amorevole che si prende cura dei suoi figli. Tale disposizione d’animo si ravvisa chiaramente nell’episodio della predica agli uccelli, dove il santo esorta i volatili a lodare Dio con queste parole:

“Fratelli miei uccelli, dovete lodare molto il vostro Creatore e amarlo sempre, perché vi diede piume per vestirvi, ali per volare e tutto quanto vi è necessario. Dio vi fece nobili tra le altre creature e vi concesse di spaziare nell’aria limpida: voi non seminate e non mietete, eppure egli vi soccorre e guida, dispensandovi da ogni preoccupazione.” (Tommaso da Celano, Vita prima, n. 58, in Fonti Francescane [= FF] 424).

L’episodio della predica agli uccelli “non ha una motivazione apologetica (come la predica ai pesci di sant’Antonio), ma è soltanto la prova estrema dello spirito di fratellanza che lega Francesco a tutte le creature, al punto che ritiene suo dovere parlare anche agli uccelli, come agli uomini, dell’amore di Dio.” (FF, p. 686, nota 88, a cura di F. Olgiati e D. Solvi).

Questo ‘spirito di fratellanza’ è ancor più evidente nel Cantico delle Creature (cf FF 263), citato nella bolla di Giovanni Paolo II e che ha ispirato il titolo dell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco. Nel Cantico il santo leva la sua lode al Dio Altissimo con, in, per e attraverso tutte le Sue creature (il «cum tutte le Tue creature» del quinto rigo del Cantico può avere tutte queste significanze). È talmente forte tale ‘spirito’ che nella parte finale Francesco arriverà a chiamare sorella addirittura la morte.

Ogni realtà creata accende nell’animo del santo il desiderio di innalzare la lode al Creatore e di invitare gli ascoltatori a fare altrettanto: «Laudate e benedicete mi’ Signore e rengraziate e serviteli cum frande humilitate». La peculiarità di san Francesco non sta nell’esaltare in se stessa la natura, proclamandone le virtù e utilità, ma nel rimando costante al suo creatore nel quale ogni cosa trova la sua ragione esistenziale, la sua motivazione, il suo compito, il suo posto. Tutto è utile e buono, sempre e solo in riferimento a Colui che ha fatto tutto ciò che esiste.

Su uno sperone di roccia, poco sopra il nostro Eremo di Montecasale, c’è una statua in bronzo intitolata a “S. Francesco Patrono dell’Ecologia”, recante sopra tale titolo anche la frase del Cantico “Laudato sii mi Signore”. La statua è opera dello scultore fiorentino Antonio Berti, inaugurata il 31 agosto 1980 (nove mesi dopo la bolla Inter sanctos). Pensiamo che possa essere la prima in assoluto del santo d’Assisi con tale titolo. Il colpo d’occhio che si offre al visitatore dal luogo della statua è molto suggestivo: la val tiberina sottostante si apre spaziosa alla visuale, mentre lo sguardo e la postura del monumento sono rivolti al cielo, in piena armonia con lo spirito del Cantico di san Francesco. Dopo ottocento anni, il santo patrono d’Italia e dell’ecologia ancora suscita ammiratori e simpatizzanti, e in luoghi di pace come Montecasale, chiama ognuno a innalzare lo spirito per incontrare quel “mi’ Signore” che tutto rinnova e rigenera nell’amore a nuova vita.



-------------------

Post più popolari